UN SEGNO CONTRO L’INDIFFERENZA

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Colpivano le parole del Sindaco di Amatrice dopo il terremoto, “Non lasciateci soli”. Un numero 845 euro raccolti per le popolazioni colpite dal terremoto. Segno di una risposta a questa domanda… E’ un segno che abbiamo visto e non abbiamo fatto finta di niente.

La parabola di oggi ci presenta ancora il tema della ricchezza, del suo uso. La fine della parabola ci presenta il ricco che viene condannato a una vita triste di tormenti, non perché era ricco, o mangiava e beveva, oppure era oppressore ma semplicemente perché ha ignorato il povero. Dentro la sua ricchezza non ha visto il povero Lazzaro bisognoso alla sua porta. Un primo avvertimento il rischio che la ricchezza crea distanza. E’ la distanza dell’INDIFFERENZA. Io sto bene gli altri si arrangino, vediamo solo il nostro, solo la ricchezza frutto anche del proprio impegno, lavoro… Lazzaro e il ricco sono vicini ma neanche un gesto, una parola, una briciola… Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza, per cui l’altro no esiste.

Chiediamoci se anche noi oggi rischiamo di essere ciechi, di non vedere il povero. Uno può dire ma io non sono ricco, non sperpero… Possiamo riconoscere che tutti abbiamo più del necessario, questo forse ci addormenta la coscienza. Oppure anche siamo ciechi perché non è facile riconoscere il povero. Povero non solo a livello economico, ma oggi ci sono un sacco di povere, gente che ha bisogno di qualcuno che li ascolto, dedichi loro del tempo, che è solo. Oggi le varie proposte sono tutti nella linea del benessere personale… sto bene io basta… è il rischio di diventare ciechi, la parabola ci sprona a guardare a chi è il povero vicino a noi, marito, moglie, figli, situazioni vicine… e intervenire.

Ci sono tre VERBI contro l’indifferenza: VEDERE, FERMARSI, TOCCARE. Non è facile capire come aiutare un povero, soprattutto promovendo la dignità della sua persona… non confondiamo o trasformiamo l’aiuto, la condivisione in assistenzialismo. Quando mancano si creano quelle distanze che fanno morire.

La parabola poi è molto dura perché ci avverte che dopo la nostra morte ritroveremo quello che avremo seminato, se uno ha seminato distanza, indifferenza ritroverà questo magari adesso non se ne accorge, ma saremo giudicati, cioè verrà fatta verità sulle nostre azioni. La verità di Lazzaro, nome significa “Dio ha aiutato” è che Dio sta dalla parte di chi ha bisogno, Dio arriva sempre anche dopo la morte… E’ un invito ad aprire gli occhi del cuore, e non far finta di niente nel vedere come stiamo usando di ciò che abbiamo, per non lasciarci illudere della ricchezza nel tempo della nostra vita e trovarci delusi nel passaggio alla vita eterna.

La presenza dei poveri vicini o lontani sono una presenza per lasciarci scuotere e per imparare a vedere in profondità… chiediamo la liberta di comprendere e vedere per poi agire.

ESSERE SCALTRI PER NON PERDERSI...

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Ci è mai capitato di essere davanti ad un bivio? Fermarsi, riflessione, dubbi sulla strada da scegliere… Il vangelo di oggi ci pone davanti a un bivio, quell’amministratore disonesto è davanti ad un bivio, cercare una soluzione o lasciare che le cose vadano così? Il bivio che pone anche Gesù: “Non si può servire Dio e il denaro”. Dio e ricchezza…

Viene lodato non perché è disonesto nei confronti del padrone, per ben due volte, ma perché è scaltro, furbo. Sa cambiare direzione quando è ora; è scaltri nel saper usare la ricchezza. Oggi per noi è un invito forte a diventare scaltri: “i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce…” Scaltri di fronte a quale bivio? Mettere davanti la ricchezza, i soldi e mettere davanti Dio.

Mettere davanti vuol dire chiedersi chi diventa criterio per le nostre scelte, i soldi, la ricchezza o Dio? Proviamo a guardare la nostra vita, a ciò che ci succede intorno, quante volte in nome del dio denaro sacrifichiamo persone, amicizie, vite umane, sentimenti, salute? In nome degli interessi di pochi, di un guadagno che deve sempre crescere si sacrificano vita, ambiente. Cosa ci da sicurezza un bel conto in banca? Sapere che si ha sempre di più? Quell’amministratore stava facendo così e quando è stato messo con le spalle al muro si è svegliato e ha saputo cambiare direzione. Da usare i bene per un interesse egoistico a strumento di condivisione, di costruzione di comunione. Anziché usare la ricchezza per crescere sempre di più, usarla per il bene di chi ha bisogno.

Si dice che i soldi sono del diavolo… certo possono creare divisioni, comunque i soldi sono di chi ce li ha, dipende come li usa. Quell’amministratore sa togliersi dalla logica dell’interesse personale ed entrare in una di condivisione perché ha capito che il vero interesse è la vita che ha, e crearsi un avvenire sicuro. L’avvenire sicuro è dato non dall’arricchirsi a scapito degli altri, della vita, ma distribuire, condividere la ricchezza con chi è nel bisogno.

Chiediamo anche noi di essere scaltri, di fare una verifica su che direzione abbiamo preso, chi stiamo servendo Dio o il denaro e di saper cambiare direzione se necessario.

UN VANGELO CHE TI METTE LE ALI…

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Le parabole della misericordia mi hanno fatto venire in mente una nota pubblicità di una bevanda energetica, la Red Bull: quando la bevi ti mette le ali… Quanto abbiamo bisogno di un paio di ali per volare fuori dei nostri contro circuiti, dalle paludi delle nostre debolezze e peccati… Volare via di un immagine di Dio ancora forse distorta, scribi e farisei mormorano contro Gesù che mangia (comunione piena) e sta insieme a peccatori e pubblicani. Dal pensare di onorare Dio stando lontani, da chi è peccatore ad accogliere, condividere la vita e coinvolgere nella sua missione come fa Gesù.

Ecco allora tre parabole per mostrarci il volto di Dio, come Dio si comporta verso pubblicani e peccatori, come si comporta verso di noi. Possiamo mettere in luce tre atteggiamenti della misericordia di Dio nei confronti di noi peccatori.

Il primo, un Dio che viene in cerca di chi si è perduto, di chi ha voluto provare un’altra strada, allontanarsi dal pastore. L’ostinazione di cercare, la pazienza mai disperata, il rischio. Dio si ostina a venire in cerca di me perché mi vuole bene, perché anche se sono uno sono unico e importante. Va in cerca perché ha a cuore la mia vita, o meglio che io viva, e non molla finché non mi ha trovato. E’ un amore fedele.

Il secondo atteggiamento di misericordia è l’accoglienza incondizionata. Lascia che il figlio parta, che possa perdersi, possa sprecare tutto, anche rovinarsi, ma non lascia che il figlio ritorni da operaio (trattami come uno dei tuoi salariati). E’ l’accoglienza piena, incondizionata. Quell’accoglienza e fare festa è per dirgli che per lui è sempre stato figlio, mentre per noi quando sbagliamo pensiamo di non dover più meritare l’amore, di aver perso ogni dignità. Per Dio anche se sbagliamo non cessiamo mai di essere suoi figli.

Il terzo atteggiamento di misericordia è la gioia, trovata pieno di gioia, presto facciamo festa… E’ la gioia dell’innamorato che desidera la vita per il suo amore. La gioia di Dio innamorato di noi che desidera che noi viviamo sempre…

Prima di tutto allora sono parabole che ci invitano a una conversione, non tanto nel vedere dove abbiamo sbagliato ma convertirci, dirigere lo sguardo e accogliere e credere a questo volto di Dio. Sentirci prima di tutto cercati sempre, (vuol dire che siamo preziosi ai suoi occhi), accolti incondizionatamente. Girarsi verso un volto di Dio che non guarda i meriti, ma ci apre alla gratuità dell’amore… siamo sempre in cammino.

Un Dio che fa del peccato, della nostra lontananza un luogo di incontro, di ripartenza che nasce del sapermi amato. Per lui non sono certo i nostri sbagli a fermarlo, non punta il dito e non colpevolizza ma ci fa sentire tesoro di cui lui ha bisogno. Possiamo convertirci e sperimentare questa misericordia su di noi, per poi poterle diffondere sugli altri. Magari passare da mormoratori, da lamentosi o “giudiconi” a testimoni che metto le ali della vita a chi le ha perse.

IL VENGELO E’ UNA COSA SERIA…

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Il racconto delle due parabole mi ha fatto venire in mente le notizie di questa estate di numerose chiamate di gente al soccorso alpino, dove si verificava più volte che avevano intrapreso un’uscita in maniera sprovveduta.

E’ un invito anche per noi per fermarci nel nostro cammino per guardare e capire cosa significa essere discepoli, per non essere sprovveduti, per non fare una brutta fine: insegnaci Signore a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio. Facciamo tante volte e giustamente i calcoli, le valutazioni per portare a termine un progetto, una casa, un sogno… Quanto ci soffermiamo e riflettiamo su cosa significa essere discepoli di Gesù? Contro il rischio di essere dei cristiani tiepidi, annacquati, con una fede di convenienza o cose da fare ma che non lasciano il segno nella vita.

Cosa vuol dire essere discepoli, seguire Gesù? Prima di tutto è una risposta personale ad un amore che ho ricevuto, sperimentato e che mi ha toccato il cuore.

Tre condizioni per essere discepoli: AMARE DI PIU’, se uno non mi ama più di quanto ami suo padre… Non è amare Gesù al posto del padre, madre… Amare di più, è dare il giusto valore a Gesù, riconoscere che guardando a lui, seguendo lui imparo ad amare il padre, la madre… la mia vita. In questo senso amarlo di più: riconoscere che Lui amplifica, ci aiuta a vivere in verità e profondità il nostri amori e affetti… Ecco il suo primato.

PORTARE LA PROPRIA CORCE… non riduciamo la croce ai pesi della vita, alle malattie, ai problemi di ogni giorno, ma la croce ci dice il vertice dell’amore: amare senza misura, in maniera disarmate, coraggiosa, pagando di persona, amore che non si tira indietro, non si arrende non inganna e non tradisce. Signore insegnami a vivere l’amore della croce dentro le situazioni che vivo, che incontro, così sarò tuo discepolo.

CHI NON RINUNCIA A TUTTI I SUOI AVERI… è una richiesta che non è atto di sacrificio ma un atto di liberta: esci dall’ansia di possedere sempre di più, dalla convinzione che più possiedi più vali, più sei. Non lasciarci risucchiare dalle cose da fare, da avere… Imparare ad usare le cose, e coltivare ciò che veramente conta, le relazioni, la persona. Dobbiamo imparare a non avere di più ma ad amare bene.

Come ci suggeriscono le parabole, fermiamoci e verifichiamo il nostro essere discepoli per non rischiare di lasciare le cose a metà, cioè per non vivere una vita e non avere niente in mano, o il rammarico di aver perso delle opportunità, non aver goduto le persone o la stessa nostra vita.

UNA BELLLA DOMANDA…

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E’ importante avere domande, questa settimana dai ragazzi di quarta e quinta elementare ad un campo me ne hanno poste di belle… Anche oggi nel vangelo a Gesù viene posta una domanda fondamentale: Signore sono pochi quelli che si salvano? Una domanda che dice preoccupazione, andremo in paradiso? Una domanda sui numeri, tanti pochi, una domanda forse di ragionamento religioso…

Gesù riprende questa domanda e la riporta alla vita. Guardiamo più in profondità a tale domanda e come Gesù vi risponde spostando l’attenzione non tanto sul chi ma sul come si può vivere la salvezza. La domanda: quelli che si salvano, in greco è un verbo al passivo, la salvezza non è uno sforzo principalmente nostro ma è un dono da accogliere da Dio. E’ fare esperienza della gratuità del suo amore, per noi, per me attraverso il dono della vita di Gesù. Una gratuità che mi fa vivere e sentire prezioso, unico ai suoi occhi. Quante volte abbiamo bisogno di questa conferma? Conferma che andiamo bene, che siamo unici, irripetibili, preziosi…

Chi si salva? LA SALVEZZA E’ PER TUTTI, la gratuità dell’amore di Dio, la sua misericordia è per tutti, per noi che siamo qui in chiesa, e per chi non viene. Si salva chi accoglie questa gratuità, questa misericordia, chi si fida e la vive poi nelle relazioni quotidiane.

Ecco allora il COME ottenerla: sforzatevi di entrare per la porta stretta… E’ l’atteggiamento dell’atleta, fare tutto lo sforzo possibile, lottare per raggiungere l’obiettivo…

Il primo sforzo è ARRENDERSI all’amore, alla gratuità, fidarsi, contro la logica del voler fare da soli, non voler aver bisogno degli altri… è allora fidarsi di NON AVER PAURA DI FARSI PICCOLI… Questa è la porta stretta.

Poi è accettare di stare dentro alle varie situazioni della vita, a volte non sempre belle, facili… non scappo, non faccio finta di niente, rimango, con la pazienza, affidando al Signore chiedendo a lui la pazienza, la forza di non scappare…

Sforzarsi di entrare per la porta stretta è vivere con coerenza la nostra fede, non basta mangiare e bere, vivere le celebrazioni, ascoltare gli insegnamenti, sapere la dottrina, bisogna poi vivere tutto ciò, farci pane per gli altri, essere credibili, mostrare Dio con i nostri gesti e scelte. Testimoniare lottando contro gli egoismi, invidie, ingiustizie, contro tutto ciò che va contro l’uomo… E’ concretizzare quella gratuità sperimentata. Ed è stretta questa porta perché scomoda agli occhi del mondo, alle logiche dell’interesse personale… Sentiamoci tutti coinvolti in questo sogno di Dio che ci vuole tutti salvi.

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