Può essere capitato a tutti in auto o a piedi di accorgersi a un certo punto di essere sulla strada sbagliata, la strada che di sicuro non ti porta alla meta desiderata. Subito quando ce ne accorgiamo, cambiamo strada, facciamo la famosa inversione a u e percorriamo la via giusta. Con un fatto della vita ecco spiegata la conversione di cui ci parla Gesù nel Vangelo, e anche nella prima lett. “Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia”.
Convertirsi è cambiare direzione, non per paura del castigo, ma perché qualcuno ci ha aiutato ad aprire gli occhi, perché abbiamo visto la direzione giusta, qualcosa di bello, per cui vale la pena anche di faticare, qualcosa che è promettente.
Perché cambiare strada? Perché si va verso il meglio (anche se questo meglio non sempre è facile da capire), verso ciò che da vita e gioia vera.
Perché “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”. Il tempo è compiuto perché in Gesù Dio non è più lontano, ma vicino, perché c’è una buona notizia: è il vedere nei gesti, nelle parole di Gesù la presenza di Dio che ama, libera dalle paure, dalle esclusioni, dalle schiavitù, un Dio che perdona, un Dio che non chiede ma che dona. Un Dio che in Gesù è solidale, solidale anche nel dolore e nella morte. Guardando al crocefisso trovo consolazione, anche tu Dio hai passato il dolore, l’angoscia per la morte. Consolazione perché non mi sento solo quando sto vivendo anch’io la sofferenza, o sto da vicino a chi soffre o chi sta per morire, questo significa sentirsi amati. Questa sì è bella notizia, cioè vangelo, che non ti toglie dalla vita anche nei suoi momenti più dolorosi, ma ti aiuta viverli. Allora di fronte a questa buona notizia vale la pena convertirsi, cambiare strada.
Questa buona notizia l’abbiamo trovata, sappiamo vederla nelle persone che incontriamo, nella parola che ci raggiunge oggi? Una bella notizia che si manifesta, come dice Pascal, attraverso gli avvenimenti o gli incontri. Oppure restiamo indifferenti?
I primi quattro discepoli di fronte ad una chiamata, alla buona notizia giunta loro attraverso Gesù, non sono rimasti indifferenti, ma hanno cambiato strada: “E subito lasciarono le reti e lo seguirono”.
“Vi farò pescatori di uomini”. Gesù ci chiama a essere suoi collaboratori nel portare la buona notizia. Questo implica due cose, lasciare le reti e seguire lui, non i nostri progetti, o meglio percorrere con lui le nuove strade che si aprono, quindi non essere da soli. Lasciare le reti, cioè le nostre visioni, progetti di sicurezza, le nostre paure o pretese di aver chiaro tutto o arrangiarci da soli, per aprirci a seguire lui. Seguire Gesù significa vivere come lui ha vissuto, cioè decidersi di vivere in ogni occasione della vita per la comunione, la vicinanza. Fare gesti che promuovono la vita.
Seguendo lui diventeremo pescatore di uomini. Cioè tireremo fuori gli uomini dalle loro oscurità, dal non senso, dalla morte per aiutarli a far venir fuori la loro bellezza. Portare le persone da una vita sommersa alla vita nel sole.
“Fammi conoscere Signore le tue vie” affinché seguendo te siamo portatori di vita.
Pubblicato il 22nd Gennaio, 2012 @ 19:29:23 , utilizzando 537 parole, 111 visite
Riporto una parte dell’omelia in questa domenica della festa del Battesimo di Gesù fatta al campo invernale con i giovanissimi.
L’ultima parte dell’omelia è una lettera scritta da Alessandro d’Avenia, insegnante e scrittore (Bianca come il latte e rossa come il sangue; Cose che nessuno sa)ai propri colleghi in occasione di questo Natale. In essa ritrovo il senso e la bellezza del dono del Battesimo che abbiamo ricevuto. Emergono le dinamiche della grazia del Battesimo.
Care colleghe, cari colleghi, Dicembre 2011
anche noi bramiamo le vacanze, forse più dei nostri studenti. E il mio primo augurio è che riusciate riposarvi e ritemprare le forze spese in questi primi mesi di scuola. Il mio augurio va oltre però ed è quello di sfruttare le vacanze anche per porsi la domanda fondamentale del nostro mestiere. Una domanda che può sembrare un po’ naif, così posta, ma credo che le cose più semplici siano spesso le più sconvolgenti. La domanda è: sto crescendo nell’amare i miei studenti e i miei colleghi?
Non c’è altro modo di fare questo mestiere, per il quale altrimenti si muore di fame e di solitudine….
Se amo questo lavoro è perché amo ciò che insegno e, altrettanto di più, mi sforzo di amare (con esiti spesso deludenti) le vite dei miei studenti e quelle dei miei colleghi. Ci è affidata la vocazione dei nostri ragazzi: siamo quelle orecchie capaci di aiutarli ad essere sé stessi, se stiamo al gioco faticoso e spesso frustrante delle loro provocazioni, inadempienze, sonnolenze.
Quando un ragazzo parla della propria vocazione (chi sono io e che cosa sono venuto a portare al mondo?) porta le mani vicino al cuore. Si “accorano” quando li portiamo vicini al loro centro. E’ il nostro compito, aiutarli a “con-centrarsi”: a trovare il centro da cui brilla intatta la loro unicità e bellezza, nascosta spesso dietro strati di firme, piercing e sbuffi annoiati.
Ma per questo un giorno torneranno a ringraziare, come ho fatto io con il mio insegnante di lettere e quello di religione (che ora non c’è più, ucciso dalla mafia, era padre Puglisi): vi ringrazieranno per averli aiutati a essere loro stessi, e quella gioia di vivere di chi sa chi è e che cosa ci sta a fare al mondo sarà la salvezza per loro nei momenti di crisi.
Il mio augurio è allora quello di alimentare un rinnovato amore alla scuola come relazione, come ricerca comune della verità, come collaborazione con i genitori e colleghi. La scuola, prima che struttura in cui manca tutto e a cui vengono tagliati i fondi, è la relazione tra genitori, studenti e professori. Solo chi sta al gioco faticoso di questo triangolo amoroso troverà la gioia nel mestiere più impegnativo e bello del mondo. Credo che dopo quella delle madri, la nostra sia la vocazione più bella.
In fondo il Natale ci ricorda questo: è affidata all’uomo e alla donna la cura della vita di un bambino…
Grazie per quello che fate tutti i giorni.
Alessandro D’Avenia
Insegnante e scrittore
Ho concluso invitando i ragazzi a mettersi in cammino non prima di tutto per cercare di capire cosa fare ma per SCOPRIRE il dono che hanno ricevuto nel Battesimo, un amore di Dio gratuito che Gesù è venuto a condividere e che non ci molla più, continua anche se noi sbagliamo. Una potenzialità di vita che trasforma la morte. Mi pare emerga proprio questo dalla lettera di d’Avenia. Camminiamo prima di tutto per scoprire di essere amati e poi capire cosa fare, come amare. Buon cammino don Federico
Pubblicato il 8th Gennaio, 2012 @ 17:27:43 , utilizzando 595 parole, 526 visite
Questa omelia è anche il mio augurio per il nuovo anno iniziato don Federico
Il nuovo anno che è iniziato porta con se un cammino che continua, non abbiamo voltato semplicemente pagina, ma continuiamo e scrivere un libro,con Dio continuiama a scrivere il libro della nostra vita.
Il Papa nel suo messaggio per la pace riconosce che “nell’anno appena concluso è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno.
In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista l’uomo di fede attende il Signore più che le sentinelle l’aurora. Tale attesa è particolarmente viva e visibile nei giovani, ed è per questo che il mio pensiero si rivolge a loro considerando il contributo che possono e debbono offrire alla. Tema giornata: «Educare i giovani alla giustizia e alla pace», nella convinzione che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo.”
Il contesto e la prospettiva delineati dal Papa li possiamo rivedere nel Vangelo di oggi, Maria, Giuseppe in una situazione di novità, non di certo di sicurezze, agio, ma aperti, vivendo lo stupore per quello che si diceva del bambino Gesù. Mi soffermo su quel versetto che dice: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.”
Questo atteggiamento di Maria può offrirci la luce su come vivere questo nuovo anno appena iniziato.
Custodire e meditare nel cuore. Nella bibbia il cuore non è il semplice luogo dei sentimenti e dell’affettività. Il cuore è il luogo dove si discerne, si comprende, dove si ama la verità, dove si sceglie la vita, dove nascono le azioni. Cuore tempio del silenzio (Ch. Péguy). Luogo dove si ritorna, dove Dio si mostra. Allora la strada per questo nuovo anno è ritornare al cuore come al centro della vita, perché qui ci giochiamo la nostra vita, le scelte, quello che di più caro abbiamo.
Ritornare al cuore, o partire dal cuore per custodire e meditare, questo ha fatto Maria.
Custodire, conservare con cura, perche nulla vada perduto, parole, gesti, che abbiamo ricevuto detto, fatto, avvenimenti. Un rischio è di voler chiudere con il vecchio anno, tagliare… non ha senso, Maria custodisce non per mania di tenere o manie di nostalgia, ma per aprirsi al nuovo. Custodire anche quello che non capiamo pienamente, quello che ci fa soffrire e vorremmo evitare.
Medita: cioè mette a confronto eventi e parole al fine di trarne una spiegazione. Legge, interpreta, ascolta, quindi sa fare anche silenzio, è la quiete dalla frenesia che permette l’ascolto.
La bellezza di Maria sta nel fatto che nel suo cuore tiene insieme fatti e parole per non perderli e capire cosa Dio voglia dire attraverso essi. Provare a capire cosa significa essere madre di Dio, “un Dio che si può prendere tra le braccia e coprire di baci. Un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive” (J.P. Sartre un pensatore che si definiva ateo). Meditare per capire come Dio m’incontra nell’umanità, nella nostra carne.
Un anno per benedire, così si esprime la prima lettura “Così benedirete gli Israeliti; direte loro: Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia…”. La benedizione è un’energia, forza una fecondità di vita. Il nostro primo compito per questo nuovo anno è benedire. Come? Il Signore faccia brillare il suo volto. Scoprire un Dio luminoso. “La benedizione di Dio non è salute, denaro, fortuna, prestigio, lunga vita, molto semplicemente è luce” (E. Ronchi). Dio ci benedice ponendoci accanto volti luminosi, testimonianze luminose pur dentro situazioni di malattia e sofferenza. Mi benedice offrendomi quella luce, non per capire tutto come vorrei, ma per compiere quel passo necessario per andare avanti, per partire, per scegliere. Chiediamo di imparare a vedere e capire le benedizioni di Dio, per diventare noi benedizione per gli altri. Un anno per custodire, meditare e benedire e sperimentare così la Sua pace.
Pubblicato il 1st Gennaio, 2012 @ 15:29:56 , utilizzando 722 parole, 329 visite
L’omelia richiama l’esperienza della veglia in preparazione alla messa di mezzanotte.
L’augurio di un Natale di vita don Federico
Tutti abbiamo piantato un seme, rappresenta la nostra vita. Come stiamo vivendo questo Natale, cosa speriamo che porti di nuovo nella nostra vita? Abbiamo preparato la terra, irrigata, esprime un po’ l’immagine dell’avvento. Vorrei raccontarvi il mio Natale affinché spero possa illuminare il vostro. La NOVITA’ in questo tempo per me è stata la diagnosi ai primi di dicembre della malattia alla mamma: tumore al pancreas, purtroppo già avanti. Una grossa NOVITA’, di quelle che con una telefonata, del fratello, ti cambiano la vita. Senti in un attimo che ti è portata via la persona più cara.
Quando ti arrivano queste notizie e ti trovi ad affrontare una realtà nuova è come iniziare un cammino. Non sai cosa ti aspetta, se ce la farai, quale strada prendere. Di sicuro sono entrato in una dimensione, pur dentro la frenesia dei tanti impegni, del cammino. Un ritmo più umano, il ritmo dei passi del pellegrino.
La NOVITA’ del Natale è camminare con un ritmo che ti porta ad andare all’ESSENZIALE, l’essenziale nella relazione con i propri genitori, del condividere emozioni, sentimenti, gesti, finora poco detti e fatti. Mi sono accorto che magari mi preoccupo per tante cose, attività, invece di fronte a tale situazione ciò che conta è il cuore. Un cuore che sa vibrare di fronte alla sofferenza, al bisogno di aiuto, gioia dei piccoli gesti.
Un cuore che non si vergogna di versare qualche lacrima. Un cuore che sa dire ti voglio bene, che sa accettare un aiuto, una coccola, un gesto gratuito di vicinanza. Novità del Natale è non perdere l’occasione di fare del bene, di prendersi cura e di non aver paura di lasciarsi amare ogni volta che ce n’è offerta l’opportunità.
La NOVITA’ del Natale è stare dentro quella terra, è stare dentro quel solco così com’è. Dio m’incontra nella quotidianità, non un mondo che vorrebbe, o che si costruisce apposta. Il VIRTUALE non è la strada scelta da Dio, ma il reale, carne e ossa, calore e sudore, fatiche e gioia. Riguardando gli appunti del goum in Sicilia mi colpisce un passo: umiltà e obbedienza significa stare li dove si è, stare al proprio posto è assumere la forma della volontà di Dio. Quel seme è umile, è obbediente, sta dentro la terra, li è il suo posto per portare vita.
Ricordo la fatica quest’anno di camminare per strade (spesso di asfalto) che non mi piacevano, che non sentivo mie, eppure la via passava di là se volevo arrivare la meta. Penso la fatica di stare dentro questa situazione di malattia, di vedere la propria madre soffrire, di avere la consapevolezza che non sarà qui per molto tempo (ma anche che nulla è impossibile a Dio), ma questa è la strada (a volte sembra un sogno) e per questa strada mi è chiesto di camminare, di muovermi passo dopo passo per un cammino nuovo che per ora non ha ancora chiara la meta. Penso a Maria, a Giuseppe, sconvolti dall’irruzione di Dio nella loro vita, dalla nascita di un figlio, eppure si sono aperti a strade nuove, a vie che loro non avevano pensato, programmato, a percorsi inaspettati fidandosi di una parola: ”Nulla è impossibile a Dio”.
Ricordo un giorno lavando i piatti, prima di una visita dall’oncologo, dove i pensieri corrono a mille per la testa e non sono proprio quelli più belli, mi sono chiesto “Ma dove sei Dio in questa situazione?” Ho iniziato a fare quello che abbiamo fatto noi stasera durante la veglia, versare acqua nella terra, invocare il dono dello Spirito Santo… la pace…
E oggi, questa notte, Maria e Giuseppe, hanno deposto quel figlio in una mangiatoia.
E’ il gesto che abbiamo fatto noi questa sera, quel figlio è vita, quel seme è vita. Una vita che scompare dentro il terreno, che deve marcire per far germogliare una pianta e portare frutto.
Io questa sera ho impiantato 2 semi,uno per me e uno per la mamma. Mi vengono in mente le parole del Salmo 126 “ Nell’andare, se ne va piangendo portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni”.
Non è facile seminare. L’altro giorno camminando frullavano pensieri di voler parlare con i dottori per capire quanto manca…ero turbato, perché il problema non era quello del tempo ma di non accettare di lasciare andare di fidarmi di seminare, offrire. La semina è un atto di fiducia nel terreno, è un gesto di OFFERTA. E’ il primo gesto che mia madre ha fatto con me. Dentro la fatica, pericolo del parto, mi ha offerto a Dio: “Signore se nasce te lo offro come prete”… Invocando l’intercessione di Maria. Offrire la cosa più preziosa la vita. Ora tocca a me nel seminare quel seme: Signore ti offro mia madre non è mia, è tua. Così noi stasera possiamo offrire ciò che di più prezioso abbiamo, dicendo Signore non è mio ma tuo…
Solo offrendola può portare vita. Come il seme piantato può nascere e così portare frutto.
Obbedienza è disponibilità a percorrere strade, a fare semine, che tu non hai progettato ma che nascono dalla fiducia in Colui che ci ama e vuole il nostro bene. Da qui la SERENITA’ pur dentro questa situazione.
E’ l’atto di fede che ha fatto Dio Padre per noi, Dio semina suo figlio per noi, non è suo è nostro.
Seminare è quello che avete fatto voi. La NOVITA’ del Natale è la GIOIA che nasce dall’offrire. Tra poco sentiremo dire: Questo è il mio corpo offerto per voi…Perché ne mangiate.
Offrire è PRENDERSI CURA DELLA VITA in ogni suo momento e situazione, l’ho visto visitando le famiglie degli anziani, degli ammalati, giovani che si prendono cura della loro vita, cercano un senso… è l’opportunità di lasciarsi amare e amare per poter condividere il pane, quel pane di VITA ETERNA.
Pubblicato il 25th Dicembre, 2011 @ 01:45:35 , utilizzando 1009 parole, 325 visite
A una settimana dal Natale i segni sono forti, chiari, abbiamo preparato il presepe, le luminarie, i regali, acquisti… Si prepara una casa, allo stesso modo si fa quando sta per nascere un bambino, si prepara la culla, la casa, la valigia sempre pronta in auto… o se si attende un ospite, un amico, se arriva un altro figlio e la casa è piccola, bisogna provvedere ad un’altra casa, pensiamo al problema di trovare casa per chi si sposa.
Facciamo, prepariamo, anche il re Davide voleva costruire una casa per Dio, una degna dimora dell’arca che conteneva i rotoli della legge, segno della presenza di Dio.
Invece si sente rispondere dal profeta: “Il Signore ti annuncerà che farà a te una casa.”
Dove sta costruendo Dio, in quale terreno, in che modo?
“L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea… a una donna promessa sposa… Chiamata Maria.
Dio inizia a costruire la sua casa non al di fuori della storia umana, non costruisce un’altra storia con persone create apposta. L’azione di Dio cade invece nel tessuto normale degli avvenimenti, in un luogo preciso, in un tempo preciso, con persone precise. E’ bello pensare che Dio ti sfiori non solo nelle solenni liturgie, nei grandi raduni… ma anche e soprattutto nella vita comune nel quotidiano. Dio prende questo mondo così com’è (non come lo vorrebbe) e in esso comincia a costruire la sua casa. La direzione in cui vivere il vero Natale è la mia storia, la mia famigli, scuola, lavoro, il mio paese. Dio non si lamenta, promette “Rallegrati Maria il Signore è con te… concepirai un figlio” e inizia a costruire. Il terreno per eccellenza è la nostra umanità, è la carne umana di una giovane donna. La casa dove vuole abitare Dio è la nostra umanità. Come ha chiesto a Maria così chiede anche a noi oggi di trovare spazio. Maria è sorpresa, turbata, forse anche noi perché forse cerchiamo Dio da per tutto, in tante esperienze forti, in luoghi suggestivi… tranne che nella nostra umanità, nella nostra storia, Lui vuole costruire la sua casa nella nostra carne. Gioisci perché il Signore è con te, riempita di grazia, cioè sei amata per sempre.
Di fronte a questo desiderio di Dio ci siamo noi. Maria non dice subito sì, ma chiede, com’è possibile? Maria è in ascolto di se stessa delle sue emozioni, turbamenti, delle domande, chiede il senso di una tale situazione, di una tale richiesta di diventare madre di Dio. Porre domande è stare davanti al Signore con tutta la dignità di un uomo: accetto il mistero ma uso anche tutta la mia intelligenza. Dico quali sono le mie strade, ma mi apro anche alle strade misteriose di Dio. Mi apro alla sua azione, “Lo Spirito Santo scenderà su di te…” Non confidare nelle proprie sole forze ma aprirsi all’azione vivificante, creatrice di Dio.
“Ecco La serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola”. Dio non può costruire senza l’uomo, senza il suo assenso, la sua adesione. Maria usa misericordia a Dio. In ebraico per esprimere la misericordia e il grembo materno si usa lo stesso termine (rahamin). Noi tutti viviamo perché una donna ha detto il suo sì, ci ha ricevuto e accolto, ci ha usato misericordia. Maria è madre misericordiosa verso Dio perché lo riceve nel suo grembo. Lei riconosce di essere a servizio di Dio, come una madre, Maria non si preoccupa per sé ma fa spazio agli altri, fa spazio a Dio. Fa spazio a strade, progetti, situazioni non suoi ma di Dio e di conseguenza nel fare spazio nel grembo a Gesù si preoccupa per noi.
Oggi in questa corsa verso il Natale Maria con il suo esempio ci invita a fare spazio, alla sorpresa che Dio vuole costruire casa nella nostra umanità e di chi mi vive vicino. Fare spazio vuol dire TOGLIERE, tutti spingono per comprare, avere, consumare, Maria toglie. Togliere le paure, i schemi mentali, pregiudizi, televisione, regali eccessivi… Tanti segni belli di attenzione verso l’umanità.
Pubblicato il 18th Dicembre, 2011 @ 15:39:59 , utilizzando 682 parole, 224 visite




