Rimango colpito e affascinato guardando l’esplosione di vita durante la primavera. Hanno in sé un potenziale di vita che automaticamente quando ci sono le condizioni climatiche giuste si manifesta in tutta la sua grandezza e bellezza. Il fiore non può fare a meno di sbocciare e si apre, rischia di essere calpestato, mangiato da un animale, nonostante ciò rischia, si apre per donare la sua bellezza. Così le piante da frutto partono con il loro ciclo biologico per portare frutti, vita, cibo. E’ una logica che hanno dentro della quale non possono venir meno.
“Io sono la vite vera”. Gesù si paragona a una pianta che porta frutto. Scopo della vita per un cristiano è portare frutto. E noi siamo parte di questa vite, ne siamo i tralci. Parte di una pianta che porta frutto, se ci ascoltiamo in profondità è una necessita vitale anche per noi portare frutti nella nostra vita. Siamo fatti per portare luce, calore, vita, portare frutti: amare con i fatti e nella verità (seconda lettura).
Gesù si rifà alla logica della natura: una pianta riceve acqua, nutrimento dal terreno, luce, calore e tutto ciò lo trasforma per portare, frutti buoni. Così è per Gesù, egli riceve l’amore del Padre, è in ascolto costante della sua parola, della sua volontà per offrire quest’amore all’umanità. Questa è la vite vera: una vite che da frutti buoni. Una vita vera è una vita che porta frutto.
Noi siamo parte di questa vite, ne siamo i tralci, parte più preziosa perché in essi il frutto matura. Partecipiamo della stessa linfa di vita di Gesù. Il primo passo è ricordarci che lui è in noi e noi in lui. Non dobbiamo inventare, guadagnare niente, ma solo prendere consapevolezza e credere che in noi ci sia una forza e un’energia di vita che è la stessa di Dio Padre e alla quale possiamo attingere. Per mezzo dello Spirito Santo abbiamo in noi la capacità di amare che Gesù ci ha dimostrato. RIMANERE: Gesù lo ripete più volte. Rimanere che significa far memoria di questo dono, non essere soli, in noi scorre la linfa di Dio. Significa abitare che si fa ascolto della sua parola, ma anche riposare in lui, certi di questa fonte continua.
Come ogni vite che si rispetti c’è un agricoltore che si prende cura, è il Padre che sapientemente provvede a quelle potature (purificazioni) necessarie affinché la vite porti frutto. Nessuna vite sofferente porta buoni frutti. Una purificazione del superfluo affinché ci sia bellezza di frutti. Il Padre sa quali sono le purificazioni di cui abbiamo bisogno, anche se esse costano fatica, chiediamo la forza di viverle.
Oltre la necessità di una purificazione c’è la necessità di rimanere: il tralcio staccato dalla pianta muore, si secca. Rispecchia le diverse chiusure, pretese di fare da soli, di bastare a se stessi, di alzare muri, difese ingiustificate nei confronti di chi vuole offrirci una linfa di vita. Il solo destino sarà diventare un tralcio secco, sterile. La preoccupazione primaria per un cristiano, non è quella di non sbagliare ma fare di tutto per rimanere aperto attaccato alla vite per far accogliere la linfa di vita e portare frutto. Solo se siamo piante sane e gioiose, portiamo frutti di vita.
“Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi chiedete quel che volete e vi sarà fatto”.
Pubblicato il 8th Maggio, 2012 @ 22:12:09 , utilizzando 565 parole, 529 visite
L’immagine del pastore non è molto famigliare, chiedendo ad alcuni giovani chi può essere il buon pastore non è stato facile per loro rispondere. Mi hanno riferito diverse tipologie di pastore: chi punta al successo, al prestigio…
Gesù si definisce il “Io sono il buon pastore”. In quel “Io sono” manifesta il volto di Dio. Un volto di Dio che si manifesta nell’essere il pastore buono, cioè VERO. Il Signore si prende cura, protegge il suo popolo attraverso Gesù, egli dimostra di essere il pastore vero sacrificando la sua vita. Dare la vita, in questo consiste la verità di essere pastori. Ci sono molteplici forme nel dare la vita. Impariamo a vedere nel nostro cammino chi sacrifica la vita per noi e in essi riconoscere i pastori veri. Gesù usa il termine mercenario per indicare chi agisce per il proprio interesse, tornaconto personale, per trarre prestigio personale. Questi non sono i veri pastori. È un invito a leggere le diverse proposte, le persone che si fanno vicine a noi per imparare a riconoscere i veri pastori da chi cerca, davanti ad un’apparenza di bene, di trovare il proprio tornaconto. Oggi mercenari ce ne sono tanti le diverse proposte, pubblicitarie, stile di vita che ci spingono sempre a rincorrere l’ultimo ritrovato della tecnica, ma che alla fine ci fanno essere vuoti, spenti dentro, illusi che il comprare e il consumare continuamente ci riempiano.
Il pastore vero non solo da la vita per le sue pecore, ma le conosce. È una conoscenza che rispecchia la relazione che c’è tra Gesù e il Padre. Una conoscenza fatta di ascolto, condivisione comunicazione reciproca. Il dare la vita passa per un condividere, tempi, spazi, ambienti, sentimenti, situazioni particolare, sporcarsi le mani, condividere ciò che si porta nel cuore.
Mi chiedo se come pastore so donare, condividere affinché ci sia una conoscenza reciproca. Un pastore che condivide la sua vita con il gregge, le gioie e le preoccupazioni, i desideri. Un pastore che per il bene del gregge sa indicare la strada, sa richiamare il suo gregge, le persone a lui affidate, con la consapevolezza che non sono sua proprietà, ma popolo di Dio che a lui è stato affidato. La gioia del pastore nel vedere che il gregge ha trovato il vero nutrimento, ciò che conta, ha sperimentato attraverso di lui la gratuità dell’amore di Dio, il senso profondo della salvezza: non essere da soli.
Un pastore che libera il suo gregge dalle sue paure, schiavitù, non conoscenza, lo libera perché divenga sempre più capace di amare.
Un pastore che umilmente riconosce i suoi limiti, sa chiedere scusa, si dona senza cercare il tornaconto personale: la più bella ricompensa è la gioia nel volto delle persone.
Un gregge in ascolto, docile, che fa presente al suo pastore le ricchezze necessità, e che chiede al suo pastore il vero cibo: la parola “spezzata”, i sacramenti. Le mie pecore conoscono me, quanto conosciamo i nostri pastori, o ci fermiamo alla prima impressione, ai loro limiti,(senza volerli giustificare). Una conoscenza reciproca che diventa comunicazione reciproca.
Insieme, pastore e gregge, per manifestare la cura di Dio per l’umanità
Pubblicato il 1st Maggio, 2012 @ 19:27:47 , utilizzando 527 parole, 354 visite
Vorrei condividere un messaggio che mi è arrivato domenica scorsa e che mi ha spiazzato, mi ha provocato in questa settimana.
“È difficile don essere deboli e farsi amare, ripenso alle tue parole, quelle di oggi e quelle che mi hai regalato alla confessione! Mi risuonano dentro continuamente e mi spezzano le gambe, mi lasciano disarmata! Però GRAZIE per continuare a ricordarmi che mi devo lasciar amare, oggi il mio tesoro è proprio questo: sto iniziando a lasciarmi amare anche se mi sento debole!”
Mi sento debole… di fronte alla risurrezione di Gesù sperimento tutta la mia debolezza, nel capire, nel fidarmi, nel saper riconoscere i segni della sua presenza dentro in un mondo dove parole come crisi, suicidi, spread alle stelle, malattie, violenza risuonano sempre più forte…
Che fatica riconoscere di essere fragili, deboli, di aver bisogno degli altri, di non potere fare tutto da soli.
Dentro questa situazione Gesù si fa presente ai discepoli con il suo corpo che porta con sé i segni della passione. Si mostra ancora nel suo corpo anche se trasformato, diverso. I discepoli sono sconvolti e pieni di paura, sorgono dubbi nel loro cuore e Gesù li sa cogliere. Li invita a guardare, a toccare, a offrirgli da mangiare, sono tutti gesti che facciamo noi uomini. Forse anche noi siamo sconvolti e pieni di paura perché il Cristo risorto ci riporta alla dimensione del nostro corpo, ci riporta agli affetti, ai sentimenti, alle emozioni che spesso non sappiamo riconoscere e che ci inquietano. Forse ci spaventa che la risurrezione passa per il nostro corpo e quello dell’altro. Corpo da accogliere, conoscere, rispettare e amare. E’ il corpo che ci apre alle relazioni. Gesù condivide un pasto, è il stare insieme nella gratuità, io condivido la vostra vita e voi la mia. Non è quello che succede ogni giorno? “Il mangiare insieme è il segno più eloquente di una comunione ritrovata” (E. Ronchi).
Il cristo risorto che sta con i discepoli ci riporta alla quotidianità, alle nostre relazioni quotidiane. Ci riporta al suo corpo che oggi è la chiesa: è la mia e altrui presenza. Mi colpiva una persona che in questi giorni riconosceva la bellezza e grandezza nell’incontrare il volto di Gesù attraverso il volto di chi gli sta vicino, la moglie, i figli, le persone che gli si facevano prossime. E questo spaventa, questo fa nascere dubbi, come ai discepoli, perché sembra troppo, sembra impossibile, fa paura perché è troppo umano, troppo vicino a noi, è più facile dire di no, alzare muri, forse perché questo significa come nel messaggio imparare a lasciarsi amare nella debolezza. Ma questa è la gratuità dell’amore di Cristo risorto.
Risorgere è un’esperienza già da vivi. È affrontare la realtà di ogni giorno, delle relazioni trasformati dalla gratuità di come Gesù ha amato chi ha incontrato. “Gesù mostra le prove che è lui, perché per dare la pace ha dovuto morire; è la nuova via della pace. La pace è il frutto della giustizia. Il primo atto di giustizia è abbattere la fabbrica di poveri. Non dare la fetta di pane al povero ma invitalo a mangiare con te” (O. Benzi). Gesù con passione e cura si mette a spiegare ai discepoli le scritture. Per vivere da risorti abbiamo anche noi bisogno di lasciarci illuminare dalla sua parola, dal suo esempio per continuare quella trasformazione affinché nei nostri volti si manifesti la luce del suo volto.
Chiediamo la conversione del cuore, cioè quel cambio di mentalità per vedere nelle nostre relazioni purificate la luce del risorto.
Pubblicato il 22nd Aprile, 2012 @ 15:49:25 , utilizzando 593 parole, 267 visite
La novità dell’annuncio di Pasqua cosa ha cambiato nella nostra vita? Siamo ritornati al lavoro quotidiano, a fare i conti con la realtà, con le fatiche, con la morte (continuano le persone che si tolgono la vita a causa dei problemi economici). Anche i discepoli dopo la constatazione della tomba vuota non fanno un passo avanti, anzi ne fanno uno indietro, chiusi nel cenacolo per paura dei giudei. E’ ancora la paura a fare da padrona. Nonostante i segni, la paura di ripartire, di ricominciare, di rischiare ci tiene schiavi. La paura di fronte ad una malattia ci blocca, sì, sembra una smentita ancora una volta alla vita, al desiderio di vita che ciascuno porta con sé, una smentita all’impronta divina che è in noi. Forse i discepoli sono lì chiusi a riconoscere anche la propria paura che li ha fatti scappare quando Gesù è stato arrestato e crocefisso. E’ il guardare quello che non siamo riusciti a fare, non siamo riusciti ad essere. Può succedere anche a noi.
“Venne Gesù, stette in mezzo a loro e disse: Pace a voi”.
Viene non per chiedere, per giudicare, ma per donare la pace, è quella pienezza di vita che nasce dalle ferite dell’amore, mani e fianco feriti. E’ la pace, cioè pienezza di vita che nasce dal dono di sé, non una vita più facile, più semplice, ma una vita dove stanno insieme sacrificio e gioia, fatica e dono, sofferenza e ripartenza, distacco e gratitudine per quanto ricevuto.
Ancora “Pace a voi” e dona lo Spirito Santo per il perdono dei peccati. Un altro dono del risorto è l’esperienza del perdono che paradossalmente si coglie nell’abisso del peccato, nella scelta consapevole di rifiuto di lui. Riporto un sms arrivato l’altra sera da una giovane: “Per la prima volta dopo tanto tempo mi sono sentita veramente perdonata dopo la confessione”.
Una vita che riparte che ritorna a respirare a pieni polmoni.
E’ troppo questo perché sia vero. Anche noi come Tommaso abbiamo bisogno di vedere di toccare. Tommaso grida il suo desiderio di incontrare Gesù, gli sembra impossibile che sia apparso, è un evento troppo grande perché sia vero. La stessa cosa succede anche a noi quando riportano una notizia straordinaria, a volte la morte improvvisa di una persona, diciamo impossibile non è vero finché non vediamo non ci capacitiamo della realtà. Così per la risurrezione. Gesù mostra i segni sono i segni di un amore crocifisso. Un amore mostrato, “raccontato con l’alfabeto delle ferite” (E. Ronchi).
I segni del risorto sono nelle ferite di chi ama e si lascia amare.
“Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Noi siamo quelli che non hanno visto ma hanno accolto una testimonianza, una parola e ci fidiamo nel riconoscere nei segni di sacrificio i segni del risorto. Riconoscere in ogni gesto che porta vita la potenza della risurrezione. A volte sono anche i gesti più piccoli, una parola d’incoraggiamento, di consolazione, uno sguardo di accoglienza, un “ti voglio bene”, ti perdono, grazie. E’ prendere posizione contro le ingiustizie, e mettersi dalla parte dei più deboli, applicare la condivisione… sono tanti suscitati dalla fantasia dell’amore. Ogni volta che sono gesti che aprono la vita li c’è il risorto con il suo Spirito che si manifesta.
La paura, il peccato viene vinto: “Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”.
Pubblicato il 15th Aprile, 2012 @ 17:00:09 , utilizzando 569 parole, 320 visite
Venerdì sera ero al telefono con una persona a un certo punto esclama “che luna stupenda”. Una persona che sa guardare non solo con gli occhi ma anche con il cuore.
Oggi è Pasqua, come guardiamo a questa festa, come guardiamo la nostra vita alla luce di questa festa?
Per vivere la pasqua bisogna mettersi in cammino come fa Maria di Magdala ancora quando è buio, mossi dall’amore. Camminare significa essere disponibili a uscire dal proprio modo di vedere.
Disponibili ad andare al sepolcro, cioè mettersi in cammino per vedere la nostra realtà personale, famigliare. Di fronte alla novità del sepolcro vuoto l’evangelista indica modi diversi di vedere.
Il primo è lo sguardo di Giovanni che arriva per primo al sepolcro. E’ un primo sguardo che semplicemente costata la realtà e che rimane in superficie fermandosi a ciò che appare. Possiamo anche noi essere qui e guardare la nostra vita così, con una specie di scoraggiamento, fatalismo: è così e non cambia, constando alcune amare realtà, perdita del lavoro, non arrivare a fine mese, fare i conti con una malattia, delusione, paura, con la morte di una persona cara.
Arriva anche Pietro il suo è uno sguardo più prolungato che osserva e considera ciò che vede. Non c’è il corpo, le bende sono piegate, quindi non può essere stato rubato. Per noi può essere quello sguardo che chiamiamo rielaborare la situazione, dare un nome, dare delle spiegazioni umane razionali. Abbiamo tanti pensieri per la testa, spiegazioni, soluzioni per avere tutto sotto controllo. E’ importante anche questo, ma non basta.
Giovanni entra nel sepolcro e vide e credette. Si usa il termine “orao” che indica la visione che penetra la superficie, va in profondità e “vede” con lo sguardo della fede che percepisce la realtà cogliendovi la presenza e la manifestazione del divino, di qualcosa di gratuito, inaspettato che sa di Dio, è lo sguardo di chi sa cogliere la bellezza della luna.
E’ difficile credere e annunciare la risurrezione perché “si tratta pur sempre di una realtà che oltrepassa i limiti della nostra ragione e richiede un atto di fede". (Benedetto XVI).
Da dove viene quello sguardo? Certo è dono di Dio ma che nasce dal condividere il cammino con Gesù, viene dal vedere la realtà alla luce dell’ultima cena. Vederla alla luce di un po’ di lievito che fermenta tutta la massa.
Gesù con il suo dono ha trasformato il fallimento, la sofferenza e la morte da situazione di chiusura, isolamento a occasione di rinnovato dono. E’ quel germoglio di vita che si sprigiona dalla morte, dal sacrificio di sé.
Sono i germogli di risurrezione: vedere i propri peccati come occasione di un rinnovato lasciarsi amare e non solo negativamente.
Vedere in chi ci ha lasciato, pur dentro la sofferenza, i germi di vita sparsi, i sacrifici d’amore donati.
Vedere la malattia che ti costringe a reimpostare la vita e come occasione di rinnovato dono condivisione pur in condizioni diverse da come avremmo voluto.
Vedere la crisi come una chiamata a ridimensionare il proprio stile di vita, a vivere anche con meno, a condividere il sacrificio di rinunciare insieme.
Sono persone che sono morte al proprio orgoglio, alle proprie paure, ai propri progetti personali per aprirsi al dono. E’ l’inaspettato è la novità della Pasqua
La strada della pasqua, è saper riconoscere il passaggio ininterrotto dall’odio all’amore, dalla paura alla libertà, dal troppo all’essenziale, dall’effimero all’eterno. Pasqua è la festa dei macigni rotolanti via, adesso, dalla bocca dell’anima.
Una sofferenza mi passa il cuore per chi non ha ancora incontrato questa novità e s’illude di vivere una vita che non è vita, perché è apparenza e non guardarsi con verità. Abbiamo il compito di annunciare con la vita la bellezza di questo sguardo, di questa novità.
“Vide e credette”, la novità, la sfida sta, se abbiamo visto questi segni, di continuare a fidarci per la via intrapresa.
L’augurio di una Pasqua di vita nuova don Federico
Pubblicato il 7th Aprile, 2012 @ 22:41:06 , utilizzando 665 parole, 342 visite




