Quattro presone che portano un loro amico paralizzato ai piedi di Gesù affinché sia guarito. Forse è anche quello che facciamo anche noi quando un nostro caro sta male, consigliare di andare da quel dottore, parlare con quella determinata persona. Di fronte al male ci si attiva in tanti modi. C’è anche l’aspetto religioso, una benedizione, una preghiera di guarigione, si corre a destra e sinistra per trovare sollievo, guarigione. E’ legittimo pur di far star bene una persona cui ci si tiene spendere. Di solito si dice quando c’è la salute, si è apposto. I quattro hanno fede in Gesù affinché doni la salute a quell’uomo. Ma non è subito così. “Figlio ti sono perdonati i peccati.”
Ecco la novità che non ti aspetti: Gesù di fronte a un uomo paralizzato non lo guarisce ma gli annuncia che gli sono perdonati i peccati. Gesù in quella paralisi fisica riconosce che c’è una paralisi di tutta la persona causata dal male, dal peccato. Siamo invitati a riconoscere come il peccato blocca la vita, paralizza la capacità di vivere le relazioni con noi stessi, gli altri, Dio, il creato. Il peccato è come una contrazione, un irrigidimento nella potenzialità di vivere, nell’aprirsi al dono. Il peccato chiude, fa morire. In quella condizione del paralitico, bloccato nel corpo, dobbiamo riconoscere il nostro essere bloccati nelle mille cose da fare, perché tutto è necessario e alla fine ci ritroviamo dispersi. Bloccati perché traditi in qualche relazione, o delusi e quindi non più disponibili a rischiare perché fa troppo soffrire. Quando il nostro spirito è bloccato, paralizzato dal male anche il nostro corpo ne risente. Quante persone anche se fisicamente sane però interiormente sono spente, senza speranza di vita, slancio, rassegnate, potremmo dire morte interiormente.
In quelle parole, ti sono perdonati i peccati Gesù manifesta la volontà di Dio sul male e il suo perdono che è un gesto nuovo, gratuito, senza condizioni, senza meriti, un gesto inatteso. Il perdono è novità spinta dall’amore “Ecco faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” Isaia. Il perdono è un gesto assolutamente nuovo, che dimentica il passato, “Io, io cancello… non ricordo più i tuoi peccati”.
Gesù perdona, e non chiede niente in cambio, né penitenze da espiare ne condizioni per riceverlo (prima cambi vita poi ti perdono). Perché Dio perdona? Solo per la gioia di rivedere un uomo riprendere il cammino, la gioia di vedere un uomo libero di amare, donarsi, cioè vivere per lo scopo per cui è stato creato. Per dimostrare l’efficacia di questo sua parola Gesù dice al paralitico di alzarsi prendere il suo lettuccio e andare. Il perdono rialza, fa ripartire, ti fa ritornare nella vita quotidiana con una vitalità nuova.
Noi ci fidiamo di questa novità? “Vista la loro fede disse al paralitico…” Quando ci accostiamo alla confessione e apriamo il nostro cuore nel riconoscere i peccati è già un atto grande di fede: ci fidiamo che Dio ci ama così come siamo, questo permette di rinnovarci, ripartire, ma tante volte per paura stiamo lontani, specie se sono i soliti peccati. Perché?
Magari di fronte a chi ci ha fatto del male, riconosciamo che è difficoltoso perdonare, oppure ci sentiamo in dovere di farlo perché ci è stato insegnato così. Forse il primo passo è sperimentare il perdono di Dio anche su questa realtà, riuscire a perdonare, sciogliere quel nodo interiore fatto di un misto di sofferenza, rabbia, è dono di Dio da chiedere finché non si riceve. Un dono da continuare a invocare sui nostri peccati affinché si radichi in noi la certezza del suo perdono. E’ assoluta gratuità di cui noi non possiamo disporre ma solo accogliere, godere e ridonare.
Chiediamoci, dove abbiamo bisogno di lasciarci perdonare e in quali situazioni c’è la necessità di donare il perdono.
Rinnovaci Signore con il tuo perdono.
Pubblicato il 19th Febbraio, 2012 @ 17:34:09 , utilizzando 648 parole, 65 visite
Il Vangelo di oggi ci presenta l’incontro di Gesù con un lebbroso. Un uomo malato, la lebbra non era considerata una malattia come le altre, oltre che un male fisico era considerata un castigo inviato da Dio, per questo il lebbroso era considerato un maledetto (impuro) ed emarginato dalla società, “E’ impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lev. 13,46).
Niente di nuovo si potrebbe dire, anche oggi ci sono molte persone che vivono la malattia fisica, interiore spirituale (o la condizione di vita) come un castigo di Dio, una punizione magari per quello che hanno fatto in passato. Altri si chiedono: “Che cosa ho fatto di male per meritarmi questo?”
Oggi ci sono lebbre che sono situazioni di vita che causano emarginazione, isolamento, dove chi le vive si ritiene o è ritenuto maledetto (lontano da Dio, dimenticati da lui). E’ la condizione di chi è costretto a vivere la prostituzione, chi è carcerato, barbone, tossicodipendente, chi vive l’omosessualità, o ha un figlio disabile, oppure le situazioni dei divorziati, separati risposati, divorziati conviventi. Penso siano situazioni dove si respira l’esclusione, ci si sente lontani da Dio(l’esclusione dai sacramenti) ma anche allontananti dagli altri, dalla comunità. La malattia porta già di per sé a chiudersi a isolarsi. Penso che chi viva in queste situazioni ciò che patisce di più è la lontananza, l’emarginazione, l’isolamento e il sentirsi lontani da Dio dal suo amore, sentirsi fuori da ogni possibilità di cambiamento, di riscattare la propria vita, questa è la malattia più brutta.
Ebbene quel lebbroso rompe ogni schema, ogni regola va da Gesù e lo supplica: “Se vuoi puoi purificarmi”. Che cosa vuole Dio (Gesù ci mostra sempre la volontà del Padre) di fronte a questa situazione? Che cosa vuole Dio da questa carne piagata, da queste lacrime versate? Vuole sacrifici, sofferenza, e pazienza come dicono i sacerdoti?
“Ne ebbe compassione, lo toccò e disse: Lo voglio sii purificato”. Dio vuole purificare, guarire, questa è la sua volontà. La volontà di Dio è di toccare, cioè condividere, la guarigione passa attraverso la condivisione. Sì, anche nella malattia, anche nella mia condizione di vita posso essere in comunione con Dio, con chi mi sta vicino ed è questo che mi fa vivere, attraversare anche il dolore. Guarito perché non sono escluso da Dio dal suo amore, anzi Dio mi tocca, si sporca le mani, si fa impuro per essere con me e guarirmi. Gesù toccando quel lebbroso diventa impuro, ma solo toccandolo e dicendo la sua volontà rompe la solitudine, l’isolamento di quell’uomo, della sua situazione e gli fa sperimentare che non è più maledetto. Allora Gesù ci indica la strada per diventare anche noi guaritori, solo toccando si guarisce, solo vivendo la compassione, che porta alla condivisione, si genera la guarigione. Gesù con quel gesto ha ristabilito la comunione con Dio e con gli altri. Ed è questa comunione che è la guarigione più profonda pur dentro anche a una malattia fisica che non guarisce. Se penso alla recente esperienza della malattia e morte della mamma ciò che ha dato serenità è l’aver sperimentato la comunione (vicinanza) con Dio nei sacramenti e la comunione con le persone a lei vicine.
Abbiamo pregato nel salmo “Tu sei mio rifugio, mi liberi dall’angoscia”. La volontà di Dio di fronte al male è liberare dall’angoscia dell’isolamento e della solitudine.
Chiediamoci come possiamo anche noi diventare guaritori per gli altri (come il lebbroso) lasciandoci toccare o toccando, buttando giù quei muri di pregiudizi, chiusure che generano ancora tanta sofferenza, magari in famiglia, nell’ambiente di lavoro, nella comunità.
Ripetiamoci più spesso le parole di Gesù: “Lo voglio sii purificato”.
Pubblicato il 13th Febbraio, 2012 @ 18:24:07 , utilizzando 617 parole, 120 visite
Le letture di oggi le sento molto vicine alla situazione personale appena vissuta, la malattia e morte della mamma. Giobbe nella prima lettura, uomo credente provato nella fede, non è facile credere in Dio, vederlo presente quando soffri o vedi morire una persona a te cara. “Ma come Dio se sei forte, onnipotente e permetti questo?” Gesù nel vangelo annuncia con i suoi gesti e parole il regno di Dio, cioè il modo di fare di Dio, il suo volto. Attenzione perché è un modo di fare diverso dal nostro, apriamoci alla novità. E’ di sabato, non si possono fare lavori, tanto meno guarire una persona, accostarsi a un malato è, per la legge ebraica, essere considerati impuri, lontani da Dio. Gesù esce dalla sinagoga, gli parlano di una persona malata, la suocera di Pietro, si avvicina, la prende per mano e la alza. Gesù rompe tutti gli schemi, tutte quelle leggi di Dio ma hanno dimenticato l’uomo. Gesù, in lui è il volto di Dio, s’interessa del bene delle persone. “Facendo il bene dell’uomo si è sicuri di fare il bene di Dio” (A. Magi).
Alla sera gli portano ammalati e indemoniati, e lui ne guarisce molti, non tutti. Gesù non guarisce tutte le persone dell’epoca che erano ammalate. Non ha guarito neanche la mia mamma nonostante le preghiere di tante persone, allora che Dio è questo? Come leggere queste guarigioni che Gesù ha fatto? Sono il segno che ci indica la strada per capire Dio. Nel guarire le persone Gesù ci indica che la strada è quella di prendersi cura dell’umanità di ogni persona in ogni suo momento della vita, da quando è concepita nella quotidianità dei gesti a quando soffre e muore. Lì sta il miracolo sperimentare che non sei solo, quel prendere per mano la persona e accompagnarla. Gesù s’immerge in quella folla e non scappa per portare questa novità di amore gratuito. Prendere per mano per sorreggere, accompagnare, far sentire la presenza, affidare, sono tutti gesti che esprimono risurrezione. “Un gesto che può sollevare una vita” (E. Ronchi). Anche noi possiamo afferrare per mano qualcuno.
L’altro segno che offre Gesù è il suo ritirarsi in silenzio a pregare, a ritagliarsi quello spazio d’intimità con il Padre di ascolto profondo per capire ancora la direzione. Ai discepoli che lo cercano perché ha avuto successo la folla lo attende, lui decide di cambiare direzione portare la buona notizia, a sollevare altre vite e non ricevere onori.
Essenziale per un cristiano, lo sento forte anche per me soprattutto in questi momenti, saper ritagliarsi degli spazi di silenzio, di ascolto, di preghiera. Se non altro prima di tutto per poter vivere stare dentro la situazione della vita sia di gioia ma anche per vivere la sofferenza il lutto. Tempi che diventano respiro per l’anima, rigenerazione perché permettono un ascolto più profondo di ciò che veramente si ha bisogno, ascolto per scorgere quel volto di Dio che continua a stringere la mano anche se in maniera diversa. Quanto riusciamo a prenderci questi tempi, in queste settimane ho toccato con mano quando devi seguire la casa, lavoro sembra che tutto sia necessario e impellente da fare con il rischio alla fine di essere sempre di corsa e perdere il contatto con se stessi e ciò che si vive. In questa preghiera Gesù intuisce di cambiare direzione alla sua missione, “andiamocene altrove” perché non è venuto per ricevere onori, ma per servire, e per evitare il rischio, oggi molto reale e concreto, di scambiarlo Gesù come il guaritore di malattie e non vedere in lui il segno della cura di Dio che indica la strada: prendetevi cura dell’uomo fino alla fine.
Possiamo chiederci in quali modi è possibile prendersi cura della propria e altrui vita affinché possiamo continuare a manifestare il volto di Dio che Gesù ci ha mostrato.
Pubblicato il 6th Febbraio, 2012 @ 18:50:08 , utilizzando 647 parole, 148 visite
Condividendo l’omelia della messa del funerale della mamma avvenuto oggi, desidero ringraziare tutti coloro che si sono fatti presenti in diversi modi e oggi non hanno potuto essere presenti.
Condividere affinchè questo seme continui a portare frutto.
Un abbraccio don Federico
BENEDICI IL SIGNORE ANIMA MIA QUANTO E’ IN ME BENEDICA IL SUO SANTO NOME, BENEDICI IL SIGNORE ANIMA MIA NON DIMENTICARE TANTI SUOI BENEFICI
Letture 1Gv 3,1-2 Sal 26 Marco 4,26-34
Inizio con queste parole del Salmo 102 perché non è facile per un figlio sacerdote fare l’omelia in questa occasione, soprattutto per non correre il rischio, in questi momenti, di esaltare la mamma, cosa che non fa parte di lei, se scivolerò nel farlo mi assolverà come ha già fatto alcuni giorni fa quando chiedendole perdono mi ha assolto dicendo “beh importante non farlo con cattiveria”.
Con il papà, Attilio, abbiamo preparato insieme la predica, ma penso anche con voi vogliamo benedire il Signore per tanti benefici, tra questi il dono della vita di Giuliana.
In questi giorni più volte ho ringraziato, e tante lacrime di dolore sono scese e scenderanno, non di disperazione, ma anche una commozione che nasceva dal sperimentare come il Signore ti ama attraverso le persone vicine, oggi in particolare ricordiamo Giuliana. Spero lo sia anche per voi.
Gesù nel vangelo parla del regno di Dio che è simile a un uomo che getta il seme sul terreno, di una pianta che cresce, che porta frutto, che si raccoglie. E’ simile a un granello di senape, il più piccolo… ma che diventa l’albero più grande nell’orto.
Con le parabole Gesù vuole aiutarci a riconoscere il modo di agire di Dio, il suo volto che sconvolge, mi sembra che queste parabole possano oggi aiutarci a capire un po’, a vedere come il Signore si è fatto presente, vedere il suo volto attraverso la vita di Giuliana, nel salmo abbiamo pregato “Il tuo volto Signore io cerco”. Quel volto di Dio che vediamo pienamente mostrato in Gesù e come la mamma nella sua umanità fragile e anche con i suoi limiti e peccati ne è stato un riflesso.
Non è stato facile, e penso per tante persone non lo sia neanche oggi, vedere, riconoscere la presenza di Dio in una donna che in due mesi per una malattia muore, (una persona mi scriveva in questi giorni “la mamma ha fatto proprio una corsa verso la casa del Padre” lei che ha corso tutta una vita), vederlo nel volto e nel corpo sofferente e provato specie gli ultimi giorni. Non è stato facile neanche per me che sono prete. Non è facile vederlo nei progetti che si fanno, godere la pensione, vita tranquilla con papà, i nipoti, lei stessa ne era consapevole e anche dispiaciuta di questi desideri legittimi che si sono sfumati. Vedere il volto di Dio la sua presenza nei commenti sentiti in questi giorni, troppo presto, non è giusto, la vita è così, abbiamo ciascuno un destino… ognuno oggi porta i suoi dubbi, fatiche…
Ma c’è un seme che è stato gettato nella terra e nella terra deve stare per crescere e portare. Il frutto quando è maturo va colto altrimenti si perde… Oggi siamo qui per raccogliere questi frutti e per non disperdere. Un giorno fermandomi a pregare qui in chiesa mi è venuto spontaneo guardare al crocefisso è nata dentro di me come dono una consolazione, anche tu Dio hai passato il dolore, l’angoscia per la morte. Consolazione perché non mi sento solo quando sto vivendo anch’io la sofferenza, o sto da vicino a chi soffre o chi sta per morire, questo significa sentirsi amati. Questa sì è bella notizia, cioè vangelo, è il regno di Dio, cioè il modo di fare di Dio che Gesù ci ha mostrato, che non ti toglie dalla vita anche nei suoi momenti più dolorosi, ne dalla morte, ma ti aiuta viverli. E’ quel seme che caduto per terra deve starci dentro (stare nella realtà della vita) per germinare. Così è stato per la mamma, lei mi e ci ha preparato a vivere il distacco, un giorno alzandola per portarla al bagno mi ha detto “Federico quanto faticoso è il distacco”, un’altra notte ha aggiunto “ Il distacco è duro per le persone che si vogliono bene”. Un distacco vissuto nella condivisione, nel lottare contro la malattia, e nel momento della consapevolezza della morte nel prepararsi a viverla fino in fondo nell’offerta di sé, nel chiedere scusa, nel confessarsi, non c’è dono più bello per un figlio sacerdote donare la misericordia di Dio alla propria mamma e vederla serena pur nella malattia. Bello che anche nel letto della sofferenza l’attenzione era ancora per gli altri, mi venivano in mente le parole di Giovanni riferite a Gesù nell’ultima cena… “li amò sino alla fine”. Questo è quel terreno che spontaneamente produce prima lo stelo poi la pianta… quel volto di Dio che passa nel dono di sé. “Ho sempre fatto tutto quello che mi sentivo dentro”, mi ha detto… non è il sentire emotivo, ma quel sentire del cuore che è la forza vitale del seme che spinge verso la vita. Una vita donata come figlia, sposa, madre, nonna amica… oggi ognuno può benedire il Signore per quei piccoli, semplici, gesti quotidiani di vita che Giuliana ha donato: una parola, sorriso, un ascolto, una visita, un’attenzione, uno sguardo che ti fa sentire amato, un richiamo, il resto aggiungetelo voi… E’ quel granello di senape che è il più piccolo, che è cresciuto nell’orto della vita e ora è un albero, dove noi possiamo fare il nido cioè trovare ristoro, non per stare là, magari a piangere quello che non c’è più, ma ristoro per un rinnovato cammino.
In più occasioni ha detto: ”sono pronta, sono serena”, esprimendolo con le parole, il volto i gesti…tutto apposto con la sua determinazione. “Non ho paura di morire”, è la sua risposta di fronte alla domanda di noi figli, ma non hai paura? Qualcuno può dire che donna grande, no, una donna di fede, una fede radicata (è un albero) nel suo rapporto forte, vivo, semplice ma profondo con Gesù, il suo Signore. La sua preghiera, negli ultimi tempi leggendo anche il vangelo, l’affidamento a Maria, chiamata da lei mamma celeste, i sacramenti, l’eucaristia, mercoledì l’abbiamo celebrata attorno al suo letto per chiedere la forza di un’offerta totale, giovedì sera le ho detto che la messa la faceva lei e così è stato nel dono totale di sé venerdì mattina. Il matrimonio altro sacramento da lei e il papà vissuto in quella condivisone di gioie, fatiche, tanti sacrifici, noi figli per primi ne siamo riconoscenti… errori, scusa se ti ho saltato su qualche volta…siamo stati bene insieme…
Quale grande amore ci ha dato il padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente. “Andare incontro al mio Signore, stare con lui la cosa più bella” questo è stato un suo commento al Vangelo letto durante l’unzione degli infermi, alle parole si Gesù “Venite e vedrete”, e lo diceva con il volto. Il volto gioioso perché essere figlia di Dio lo sperimentava nella realtà della famiglia e nella famiglia allargata che è la comunità e la chiesa. La presenza di una coppia di amici la domenica che ha ricevuto l’unzione degli infermi rappresentava tutte le relazioni nate non da legame di sangue, ma da un legame di fede e questo le riempiva il cuore di commozione, penso ai compagni di classe sacerdoti, ad altri sacerdoti conosciuti e tante persone che l’hanno incontrata. Relazioni che si sono fatte presenza, gesti concreti, per lei e la nostra famiglia, lo Spirito Santo possa illuminare ancora la sua chiesa, noi, nel continuare questi gesti nella nuova situazione della nostra famiglia. La chiesa è sposa di Cristo e madre, oggi sposa per il papà e madre per noi figli. Essere madre e sposa non è poesia ma richiama grande responsabilità. Penso alla relazione nella preghiera d’intercessione di tante persone… “sono in una valle di preghiere” mi diceva. Preghiere che abbiamo toccato con mano perché ci hanno sostenuto e illuminato nelle scelte da fare, nel vivere accanto alla mamma il passaggio della morte. Preghiere che ho toccato con mano perché la malattia, la sofferenza e la morte non sono state in famiglia e in questa porzione di chiesa fonte di divisione ma di rinnovata e rinvigorita comunione. Dove c’è comunione c’è Dio.
Condividevo con d Paolo, d Giuseppe e altre persone un’impressione che sento sempre più certezza donata, mamma non lascia un vuoto, ma un PIENO, un senso di pienezza che è segno di risurrezione, che è la vita eterna ed è già ora. E’ un pieno che un po’ vi ho descritto sopra e che nasce dalla comunione, l’aver vissuto la vita con le sue ricchezze e i suoi limiti e la morte nella condivisione. Questo ha generato vita eterna, questa resta, da pienezza, forza di andare avanti e spendersi con amore in ogni gesto quotidiano, penso sia questa la risurrezione: presenza diversa che ti accompagna. Solo così vale la pena e ha senso vivere. A ciascuno il compito di ascoltare in profondità per riconoscere quei frutti, quei germi di vita nuova che nascono dalla vita e morte di Giuliana.
Penso che la mamma continua ancora a lavorare come ha sempre fatto in vita, nella comunione con Dio il suo lavoro è la preghiera per la sua famiglia e voi tutti, un lavoro che non le pesa perché è in buona compagnia. Permettetemi una confidenza alla mamma: scusa se sono stato un po’ lungo, ma di mamma ce n’è una sola. Benedici il Signore anima mia non dimenticare tenti suoi benefici.
Pubblicato il 30th Gennaio, 2012 @ 21:40:48 , utilizzando 1631 parole, 343 visite
Può essere capitato a tutti in auto o a piedi di accorgersi a un certo punto di essere sulla strada sbagliata, la strada che di sicuro non ti porta alla meta desiderata. Subito quando ce ne accorgiamo, cambiamo strada, facciamo la famosa inversione a u e percorriamo la via giusta. Con un fatto della vita ecco spiegata la conversione di cui ci parla Gesù nel Vangelo, e anche nella prima lett. “Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia”.
Convertirsi è cambiare direzione, non per paura del castigo, ma perché qualcuno ci ha aiutato ad aprire gli occhi, perché abbiamo visto la direzione giusta, qualcosa di bello, per cui vale la pena anche di faticare, qualcosa che è promettente.
Perché cambiare strada? Perché si va verso il meglio (anche se questo meglio non sempre è facile da capire), verso ciò che da vita e gioia vera.
Perché “il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”. Il tempo è compiuto perché in Gesù Dio non è più lontano, ma vicino, perché c’è una buona notizia: è il vedere nei gesti, nelle parole di Gesù la presenza di Dio che ama, libera dalle paure, dalle esclusioni, dalle schiavitù, un Dio che perdona, un Dio che non chiede ma che dona. Un Dio che in Gesù è solidale, solidale anche nel dolore e nella morte. Guardando al crocefisso trovo consolazione, anche tu Dio hai passato il dolore, l’angoscia per la morte. Consolazione perché non mi sento solo quando sto vivendo anch’io la sofferenza, o sto da vicino a chi soffre o chi sta per morire, questo significa sentirsi amati. Questa sì è bella notizia, cioè vangelo, che non ti toglie dalla vita anche nei suoi momenti più dolorosi, ma ti aiuta viverli. Allora di fronte a questa buona notizia vale la pena convertirsi, cambiare strada.
Questa buona notizia l’abbiamo trovata, sappiamo vederla nelle persone che incontriamo, nella parola che ci raggiunge oggi? Una bella notizia che si manifesta, come dice Pascal, attraverso gli avvenimenti o gli incontri. Oppure restiamo indifferenti?
I primi quattro discepoli di fronte ad una chiamata, alla buona notizia giunta loro attraverso Gesù, non sono rimasti indifferenti, ma hanno cambiato strada: “E subito lasciarono le reti e lo seguirono”.
“Vi farò pescatori di uomini”. Gesù ci chiama a essere suoi collaboratori nel portare la buona notizia. Questo implica due cose, lasciare le reti e seguire lui, non i nostri progetti, o meglio percorrere con lui le nuove strade che si aprono, quindi non essere da soli. Lasciare le reti, cioè le nostre visioni, progetti di sicurezza, le nostre paure o pretese di aver chiaro tutto o arrangiarci da soli, per aprirci a seguire lui. Seguire Gesù significa vivere come lui ha vissuto, cioè decidersi di vivere in ogni occasione della vita per la comunione, la vicinanza. Fare gesti che promuovono la vita.
Seguendo lui diventeremo pescatore di uomini. Cioè tireremo fuori gli uomini dalle loro oscurità, dal non senso, dalla morte per aiutarli a far venir fuori la loro bellezza. Portare le persone da una vita sommersa alla vita nel sole.
“Fammi conoscere Signore le tue vie” affinché seguendo te siamo portatori di vita.
Pubblicato il 22nd Gennaio, 2012 @ 19:29:23 , utilizzando 537 parole, 198 visite




