QUALE E’ IL NOSTRO CAPITALE?

Iniziative Invia commento »

Le letture di oggi ci invitano a fermarci e chiederci: “Ma quale è il capitale della nostra vita, dove poniamo le nostre sicurezze, o dove cerchiamo la felicità, la vita eterna?” E’ la stessa domanda che spinge quel tale da Gesù, cosa devo fare per avere la vita eterna, per essere felice, avere pienezza di vita?

Il capitale possono essere le nostre cose, i beni, i soldi che possediamo, la salute, star bene… Il testo della sapienza ci da una prima luce: pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito della sapienza… l’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce… A volte diciamo quando c’è la salute apposto, oltre ad avere schei… E’ un po’ il modo di ragionare di quel tale nel vangelo: nella ricchezza si riconosceva un segno tangibile della benedizione di Dio. La parola di oggi è come una spada a doppio taglio che penetra e ci invita a fare luce nel nostro cuore per aprirci un orizzonte nuovo, per fare chiarezza…

La domanda del tale che cosa devo fare per avere la vita eterna nasconde una mancanza, anche se ha molti beni, ricchezza gli manca qualcosa che lo riempie, che da pienezza e gioia. Anche noi a volte possiamo essere pieni di beni, di capitali, ma anche di impegni di cose da fare che ci fanno sentire importanti o danno sicurezza ma ci manca qualcosa di fondamentale. Gesù guarda dentro di lui e lo ama, ama questa ricerca e indica la strada: “Vendi quello che hai e dallo ai poveri, e vieni!” I veri beni, il vero tesoro o capitale non sono le cose ma le persone.

La vera sapienza sta nel avere coraggio di dare un nome a ciò che non ci da pienezza, e poi fare una scelta di libertà nel dare, non tanto per diventare poveri ma per vivere nella CONDIVISIONE, la SOLIDARITA’. DIO ci ha dato le cose per servircene e gli uomini per amarli. NOI abbiamo amato le cose e ci siamo serviti delle persone. Il vero capitale allora è guardando a Gesù di riscoprire la libertà di usare le cose che ci sono state date, anche con il nostro lavoro impegno, per imparare ad amare le persone.

Investire nelle relazioni. “Abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito…” Non è un lasciare per mortificare, ma un lasciare tutto ciò che ci impedisce di spiccare il volo nel dono, nel coltivare e gustare le relazioni. Quante volte viviamo affannati per quello che abbiamo, per paura di perdere, che ci portino via e perdiamo di vista le cura delle relazioni, delle persone che ci vivono affianco, o che si trovano in necessità. Siamo dentro anche al vortice del fare e rischiamo di perdere di vista il nostro essere. “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”.

NON E’ BENE CHE L’UOMO SIA SOLO…

Iniziative Invia commento »

Bella questa espressione di Dio di fronte alla creazione, di fronte all’uomo.

Un’espressione che dice la preoccupazione di Dio verso l’uomo, ma anche il suo sogno, insieme per creare comunione, per essere espressione sua. Da soli non si vive, si vive male, non siamo ad immagine di Dio. Non è facile il cammino per diventare a immagine di Dio comunione, immagine della bellezza della comunione, della relazione che fa vivere. Relazione di coppia o anche di amicizia.

Infatti prima Adamo di fronte agli animali e alle piante non trova un aiuto che lo corrisponde, cioè che gli sta di fronte con pari dignità, diversità e bellezza. Nessun animale, pianta… sostituisce una persona… Ma poi anche di fronte al dono della donna la sua espressione ossa delle mie ossa, carne delle mia carne… Secondo alcune interpretazioni manifesta il primo peccato dell’uomo: assoggettare l’altro a se stesso, considerarlo mio/a, annullare le diversità. Dimenticare che l’altro/a è segno della presenza di Dio, della sua cura per noi affinché diventiamo a sua immagine. E’ dire mio, mia, invece l’altro, anche se è mio marito o mia moglie rimane sempre un mistero da accogliere nella sua diversità e non da assorbire in noi.

Il cammino dell’uomo allora è quello di creare comunione, tanto più dentro la vita di coppia. E’ desiderio di Dio unire, congiungere, far incontrare le vite, legarle. Dio è amore e “amore è passione di unirsi all’amato” (S. Tommaso). Il nemico, diavolo significa divisore, dividere, isolare far cadere nella solitudine.

Essere fedeli a quella promessa d’amore, che è passione di unirsi all’amato, significa passione di NON TIRARSI INDIETRO, quando le cose non vanno come vorremmo. Esserti fedele sempre, ci sono sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia… Chi non si impegna nella sua relazione d’amore quotidianamente ad esserci ha già iniziato a dividere, a separarsi. Facciamoci attenti. L’uomo non divida, cioè faccia come Dio si impegni a custodire la tenerezza, con gesti e parole che creano la comunione tra i due. Gesti e parole che nascono da un cuore che arde di passione per essere con l’altro. ACCOLGIERE l’altro. Una vicendevole accoglienza della diversità, dignità, ricchezza dell’altra persone per creare comunione. Dio congiunge, allora impariamo a vedere dove c’è legame, impegno pur nelle proprie fragilità, sbagli a vivere responsabilmente una relazione, in tutto questo impariamo a vedere Dio.

La vita a volte riserva batoste, sconfitte, anche nelle relazioni d’amore e viene spontaneo chiudere, dire basta. Gesù mette davanti l’accogliere un bambino come criterio per entrare nel regno di Dio. Non è che i bambini siano più bravi, buoni… Ma i bambini perché sanno aprire facilmente la porta del cuore, non hanno maschere, si fidano della vita, credono nell’amore.

Chiediamo di imparare ad accoglierli per imparare a non essere remissivi, ma aprirci a fidarci del sogno di Dio di diventare a sua immagine autori di comunione.

A MISURA DI BAMBINO…

Iniziative Invia commento »

I bambini hanno sempre la capacità di spiazzare, l’altro giorno a pranzo un bambino dopo un pezzo che richiamava la mia attenzione è uscito con l’espressione:”Ti voglio bene.” Anche Gesù nel cammino con i discepoli ha capacità di sorprendere, spiazzare, soprattutto quella logica che tante volte ritroviamo nel nostro modo di vivere. Quelle passioni che S. Giacomo nella seconda lettura mette in luce: rivalità, faziosità, l’invidia, prevaricazioni, l’acidità. Passioni che Giacomo definisce perverse perché sono diaboliche, cioè hanno la capacità di dividere di rovinare le relazioni. Infatti per la strada i discepoli dopo che Gesù aveva annunciato la sua passione loro discutono si chi fosse il più grande tra di loro.

Una discussione che tante volte può esserci dentro di noi come bramosia di possedere, essere migliore, più potenti, primeggiare. I discepoli sono indifferenti a Gesù a quanto ha condiviso e guardano solo il loro desiderio di grandezza. Gesù di fronte a questa scottante delusione, ferita, non rimprovera gli apostoli, non li ripudia, non li allontana e tanto meno si deprime, ma assume il loro desiderio di essere grandi e ne cambia il modo per diventarlo: “se uno vuol essere il primo, sia l’ULTIMO di tutti e il SERVITORE di tutti.” Si è primi essendo gli ultimi e con gli ultimi, affettivamente ed effettivamente senza riserve. Il primato, l’autorità secondo il Vangelo proviene solo dal SERVIZIO, dal SERVIRE.

Chi sono i grandi nella nostra comunità? Chi serve, riconoscere la grandezza di Dio nei gesti quotidiani di servizio. Si può servire anche solo per dovere, anche solo per la retribuzione o per un autocompiacimento, o auto gratificazione, o per mettersi in mostra e per darsi visibilità agli occhi della comunità. Oggi il vangelo può aiutarci a chiederci:”Perché fai un servizio?” “Amami il prossimo tuo come te stesso”. Guardare il servizio anche sotto la luce di questa parola e chiedersi se si ama veramente se stessi, e quindi si diventa capaci di amare e servire veramente gli altri. Altrimenti il servizio può diventare un ricerca di riempirci di ciò che ci manca.

Gesù prese un bambino e abbracciandolo disse loro: “Chi accoglie uno di questi bambini accoglie me”. Mettere un bambino al centro significa che egli ne diventa la misura del discepoli. All’epoca di Gesù si vedeva il bambino come una persona ancora da formare, disprezzato a causa della sua umiltà, fragilità e l’aver bisogno, veniva visto come metafora della vita. Il cammino del discepolo sta nell’ACCOGLIERE E ABBRACCIARE un bambino.Abbracciare e accogliere la propria fragilità, disponibilità a lasciarsi formare, anche l’aver bisogno… Significa anche accogliere e abbracciare chi oggi è insignificante, piccolo, fragile, bisognoso e senza prestigio nella società. Accogliere o respingere, tema bruciante oggi nei confini dell’Europa, ma anche nei nostri confini di comunità, nel saper farci attenti di chi è piccolo e bisognoso. Ci sarà una svolta quando l’accogliere o respingere i bisognosi, sarà considerato accogliere o respingere Dio stesso. Quell’abbraccio di Gesù è l’abbraccio di Dio per l’umanità bisognosa. Ti abbraccio, ti prendo dentro la mia vita, allora sentirai che stai prendendo tra le tue braccia il tuo Signore.

VOI CHI DITE CHE IO SIA?

Iniziative Invia commento »

(l’omelia di questa domenica è stata scritta  insieme a don Roberto in occasione del nostro saluto a Trebaseleghe)

 Gesù è in cammino è interroga, fa domande: “La gente ci dice che io sia?” Anche noi oggi come comunità siamo in cammino, in una fase di cambiamento di passaggio. Pensiamo a 12 anni fa quando è arrivato don Roberto a 6 anni fa don Federico le domande di fronte ad un nuovo parroco, nuovo cappellano: chi sarà? Come sarà?

Domande che dicono le nostre aspettative dai nostri desideri, dal nostro punto di vista… Stesse domande anche per noi preti verso la comunità, l’altro prete… Avere domande è bello, apre cammini dice prospettiva. Il fare domande di Gesù è invito ai discepoli per fare un cammino…

Gesù rivolge un ulteriore domanda ai discepoli: MA VOI CHI DITE CHE IO SIA?

Con questa domanda ci invita a fare un passo in avanti dove ognuno metta in gioco non solo le proprie aspettative ma anche se stesso. Gesù non vuole risposte per sentito dire, o secondo alcune teorie, ma le vuole a partire da una esperienza di vita: che cosa ti è successo quando mi hai incontrato? Viene richiesta una relazione a tu per tu in prima persona.

Un prete che arriva in parrocchia va sempre visto in riferimento a Gesù, dal quale è chiamato e del quale è ministro. Questa è sempre una grande responsabilità per ogni prete. Essere segno e strumento di una realtà e di una persona che ci supera e di fronte al quale siamo sempre fragili e inadeguati. S. Paolo dice: “Portiamo un tesoro in vasi di Creta”.

La verifica del nostro ministero e del nostro servizio non può essere misurata dal successo personale o dal consenso della gente, e neanche dai risultati che possiamo aver ottenuto. Ci domandiamo e voi ci chiedete: se Gesù per mezzo nostro è arrivato a voi? Avete conosciuto di più Gesù? Lo avete incontrato? Ne avete fatto esperienza? Gesù diventa il centro per un sacerdote: far in modo che la comunità lo incontri assapori la sua piena umanità che parla di Dio; così per la comunità: attraverso il sacerdote arrivi a Cristo e non si fermi alla fatto che il prete è una sua mediazione.

Fare questo passaggio non è scontato: di fronte all’annuncio chiaro della passione di Gesù Pietro non ci sta, è fermo nel suo modo di vedere il messia, forte, potente, liberatore del nemico, vincitore… E’ fermo nelle sue attese… La risposta di Gesù è chiara: “vai dietro a me Satana, tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini.” Crediamo che ogni prete nel suo ministero tra la gente si trovi sempre davanti a un bivio: sto pensando secondo la gente o secondo Dio? Cosa può significare pensare secondo gli uomini per una comunità in riferimento al proprio prete? Magari di vederlo e volerlo secondo le proprie aspettative, ideali, tradizioni, perdendo di vista il centro per cui il prete c’è: GESU’.

Cosa significa per un prete pensare secondo gli uomini nei confronti della comunità? Beh la vorrei diversa, la faccio a mia immagine, o secondo i miei gusti, cercare il consenso… anche qui perdendo di vista il centro: GESU’.

La strada che Gesù invita a percorrere è segnata dalla croce, dalla fatica, dall’incomprensione. Per questo per i preti ma anche per la gente c’è il pericolo di preferire le più comode scorciatoie ed evitare la radicalità e le esigenze della sequela, che Gesù chiama croce: un perdere la vita per salvarla.

Alla fine del nostro ministero a Trebaseleghe anche noi facciamo un esame di coscienza e ci domandiamo come S. Giacomo nella seconda lettura se la nostra fede è stata accompagnata dalle opere. Cioè se le nostre azioni sono state conformi alla fede che abbiamo predicato. Perché la fede se non è seguita dalle opere è morta. Le opere che S. Giacomo indica sono soprattutto le opere dell’amore, le opere della carità verso chi è nel bisogno. Le necessità materiali, cibo, vestiti, ma anche le necessità più interiori, come ascoltare, sostenere nel dolore, offrire una speranza, donare il perdono… Belli quei GRAZIE DON ROBERTO… GRAZIE DON FEDERICO PER… un dono passato attraverso tanti gesti quotidiani… Ma anche grazie a voi perché ci avete aiutato a crescere nelle fede vedendo nei gesti di servizio di molte persone sia in comunità e anche nella quotidianità della vita famigliare il testimoniare la vostra fede.

Nel fare questo si può aver l’impressione di perdere la vita, di sacrificare il proprio io e le sue naturali esigenze. Invece Gesù ci assicura che ciò che da senso alla vita umana e anche sacerdotale è proprio il dono di sé, l’offerta della propria vita, il saper pagare di persona anche rischiando di sbagliare e talora compiendo degli errori. E’ la scommessa che abbiamo fatto anche noi, in questi anni. Fidarci di Dio, fare credito alla sua parola, ma anche fidarci di voi e delle sfide che ci avete proposto.

E’ arrivato il momento di voltare pagina, di iniziare un nuovo percorso di vita. Come diceva Isaia nella prima lettura: Il Signore Dio mi assiste per questo non resto svergognato, sapendo di non restare confuso.

APRITI…

Iniziative Invia commento »

Il ritornello del salmo di oggi risuona così: “Loda il Signore anima mia.” Si loda quando si riconosce un’azione una presenza, qualcuno che ha fatto qualcosa per noi. Non è sempre facile lodare Dio perché abbiamo visto, sperimentato quello che ha fatto per noi. L’abbiamo lodato in questa settimana? Dal modo di fare di Gesù possiamo imparare al lodare Dio, la sua presenza e azione riconosciuta nella nostra vita.

Gesù è in cammino, va in un territorio straniero, di fede e credenze diverse, non teme la diversità. Gli portano un sordo muto, cioè un uomo privo di una capacità di comunicare, che vive nel suo isolamento, emarginato, chiuso. Sordo: incapace di ACCOGLIERE,ricevere; muto: incapace di DONARE. A quest’uomo mancano le due dimensioni dell’amore: accogliere e donare. Possiamo dire una persona morta nelle relazioni, incapace di avere coscienza di se stesso.

Possiamo ritrovarci anche noi in quel sordo muto, imparando a riconoscere le nostre sordità ( non ammetto, riconosco quello che vivo, ciò di cui ho bisogno) e mutismi che ci impediscono di vivere un incontro che salva. Tante volte sento dire: “E ma lui non mi capisce, non vede…” Gettiamo sugli altri le nostre chiusure la non libertà di non sapere dire quello di cui abbiamo bisogno e ci fa bene per vivere… Possiamo essere chiusi per tanti motivi, per la nostra storia personale, per ferite, botte ricevute che ci hanno chiuso, oppure una sofferenza forte, prolungata è capace di sclerotizzare, far morire il nostro cuore… E’ importante che prendiamo coscienza che i nostri mutismi e sordità ci imprigionano nel silenzio, ci fanno vivere a metà…

Gesù passa, e gli portano quest’uomo… APRITI: un invito forte, una liberazione, apertura che avviene attraverso il CONTATTO, mani, saliva (dice intimità, coinvolgimento, ti o qualcosa di mio). La liberazione avviene attraverso un sporcarsi le mani, un condividere, un toccare. Il contatto fisico non dispiace a Gesù, anzi. E i corpi diventano luogo santo di incontro con il Signore, con la sua presenza.

APRITI: come quando arriva un soffio del vento e spalanca le porte e finestre per portare aria di vita.

APRITI dalle tue chiusure, dalle tue paure che ti paralizzano, per liberare in te tutte le potenzialità di vita di amore: cioè nel saper accogliere e ridonare.

APRITI agli altri, a Dio anche con le tue ferite, anche quando sarebbe più facile e immediato dire basta perché troppo difficile, chiudo, mi ritiro per difendermi, perché gli altri non possono capire ho mi hanno fatto troppo male…

APRITI per incominciare a saper ascoltare per poi parlare… Un aprirsi che diventa ascolto accogliente dell’altro… Apriti con tua moglie, marito, con quella persona per riportare vita, relazione…

DOVE OGGI IL SIGNORE MI INVITA AD APRIRIMI?

Loda il Signore anima mia. Lodo il Signore perche riconosco la sua presenza negli incontri, nei tocchi, nei gesti e parola che mi hanno aiutato ad aprirmi, a far circolare di nuovo la vita: “Gloria di Dio è l’uomo vivente” (S. Ireneo), cioè l’uomo tornato a pienezza di vita.

Contatto / Aiuto. ©2019 da Staff. multiple blogs / web hosts.
Design & icons by N.Design Studio. Skin by Tender Feelings / Evofactory.