GUARDARE IL CIELO E SCOPRIRE IL CIELO IN NOI

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La festa d’ascensione ci porta a guardare il cielo. Ritorna in tutte e tre le letture. Un gesto semplice ma che compiamo poche volte: alzare la testa, alzare lo sguardo verso il cielo magari solo per contemplare le prime luci dell’alba, il tramonto del sole, le stelle. Siamo presi da mille cose, preoccupazioni e non abbiamo più la capacità di alzare lo sguardo al cielo.
Dire che Gesù ascende al cielo esprime la pienezza della sua divinità. Il cielo non è un luogo fisico, ma evoca la grandezza di Dio, l’andare oltre, esprime una grandezza alla quale ci sentiamo attratti, che siamo fatti per qualcosa di più grande. E Gesù con la sua esistenza umana, condividendo la nostra umanità è venuto per dirci questo, anzi per mostrarci che la pienezza di Dio sta nell’uomo, il tempio di Dio è l’uomo vivente. Dio va cercato nell’uomo. Ritornando al Padre, al cielo Gesù ci dice: cercate la grandezza, la bellezza di Dio nell’uomo. Non fermatevi all’uomo ma in esso sappiate gustare la scintilla di divino che c’è in lui. Guardate il cielo dentro l’uomo. Non è una lontananza di Dio ma scoprirlo, gustarlo in una presenza nuova, più intensa.
Gesù lo esprime con un gesto: “Mentre li benediceva, si staccò da loro…”.
Mentre se ne va, ci benedice, cioè dice bene di me, gli piaccio così come sono. Dice bene di me nelle mie aspirazioni, nelle mie amarezze, povertà, dubbi, fatiche…
In tutto ciò che vivo, sono benedetto.

Alzare lo sguardo al cielo significa allora andare oltre, andare in profondità e continuare il cammino di conversione e gustare la bellezza del perdono. Convertirci per uscire dalle paludi del cuore, per prendere sul serio la presenza di Dio nelle pieghe della nostra umanità. Significa andare controcorrente per prendere le difese dell’uomo contro la logica della violenza, della falsità, del più furbo. Gustare la bellezza della misericordia infinita di Dio che ci fa sempre ripartire, ci dona la speranza di non arrenderci mai.
“Mi sarete testimoni a Gerusalemme…”.
Gesù continua a camminare con la sua chiesa, cioè in coloro che si fidano di vivere come lui.
Bello perché quella scintilla di cielo è nel cuore dell’uomo. Non ci viene spontaneo riconoscere e adorare Dio in questo modo, richiede fede. Fermarci e alzare lo sguardo al cielo che è dentro di noi. Quando lo facciamo, scopriamo cose grandi. Riporto alcune espressioni dei nostri giovanissimi che si sono fidati di alzare lo sguardo al cielo: “Vedo Dio nella bontà e generosità delle persone, nella strada in salita; Dio mi aiuta anche nelle cadute più brutte; lo vedo nei sorrisi, nel profumo delle persone vivine, nel profumo di mia nonna; nel profumo dell’erba appena tagliata, del pane fresco, della fatica, della vita vera; nella risata di un amico e in quella dei bimbi, lo senti quando meno te l’aspetti. Vedo Dio in un pianto di commozione, in una lacrima di gioia, lo vedo in un abbraccio nei momenti belli e brutti, in una mano sulla spalla, in una mano che accarezza e che stringe; nella calma…
E’ uno squarcio di cielo nella nostra umanità che comporta prendere sul serio l’uomo, cogliere in esso una forza di gravità che porta verso l’alto e verso l’altro, la gioia di sapere che il nostro amore non è inutile e che la nostra carne è fatta di cielo.

IL CUORE DELL’UOMO: LUOGO DELLA PACE DI DIO

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“Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace…”.
Penso che questo dono del risorto lo aspiri ciascuno di noi, un po’ di pace di serenità interiore dentro ai tanti drammi della vita. Generalmente perdiamo la pace a causa del timore suscitato da alcune situazioni che ci toccano personalmente dove ci sentiamo minacciati di non farcela, di non essere all’altezza, di essere privati di qualcosa o qualcuno d’importante. Può essere un bene materiale (denaro, lavoro, salute, potere), un bene morale (stima, affetto di alcune persone) un bene spirituale (virtù, l’amore di Dio…). L’inquietudine di provocata dalla mancanza di questi beni o di perderli ci fa perdere la pace. La strategia che adottiamo tante volte per trovare pace è di attivarci per risolvere tutto da soli, per assicurarci beni, affetti, persone.
Se andiamo in profondità questa inquietudine rivela una mancanza di fiducia in Dio, una presunzione esagerate solo sulle nostre forze umane, ritrovandoci alla fine delusi e vuoti.
Gesù ci dona la sua pace, non come la da il mondo. La pace del mondo è quella che si basa sulla non fiducia in Dio. Perciò l’uomo cerca in ogni situazione di cavarsela con le proprie forze, si mette così in ansia e si rende terribilmente infelice, invece di abbandonarsi fiducioso nelle mani tenere e pietose di suo padre. Gesù vuole liberarci da quella preoccupazione che rode e fa perdere la pace. Potremmo risparmiarci tante sofferenze e tormenti inutili, se solo prendessimo sul serio questa parola di Dio, che è parola di amore, consolazione e tenerezza.
Come coltivare quest’atteggiamento di sconfinata fiducia in Dio? Una relazione affettuosa con Dio che bene la esprime un bambino quando si stringe al petto di sua madre e non la vuol lasciare, perché per lui è vita.
“Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre lo amerà e noi verremmo a lui e prenderemo dimora presso di lui.” Coltivare la fiducia in Dio consiste per prima cosa nell’accogliere e ascoltare la sua parola cioè nel lasciarsi amare. Permettere al Signore di incontrarci con la sua parola, con i gesti della sua umanità che oggi continuano nella chiesa e lasciare che sia lui a trasformarci in tutte le nostre azioni. Allora da questo incontro il cuore diventa il luogo della pace che nasce da una progressiva fiducia in Dio che è per noi e vuole il nostre bene, vuole la vita. Ritrovare una fiducia in Dio che abbiamo perso a causa del peccato, del sospetto su Dio. Una pace che non toglie dalle fatiche, dalle sofferenze, dalle sconfitte, dalla morte, ma in tutto ciò noi facciamo tutto quello che dobbiamo fare insieme all’abbandono in Dio. Non è facile stare dentro la sofferenza, al male, alle proprie fragilità, è bene anche non voler capire tutto e subito, ma nell’ascolto della parola coltivare quella fiducia nel suo amore, quella certezza che “Dio fa concorrere tutto al bene per coloro che lo amano” (Rm 8,28).
In questo cammino ci viene in aiuto lo Spirito Santo che ci insegnerà e ci ricorderà. Ci ricorderà i grandi gesti di Gesù, ci aiuterà a riconoscere a vedere i gesti di amore che riceviamo, i segni della sua tenerezza. Inoltre ci riporterà al cuore quella parola che suscita fiducia abbandono al Padre. Poi ci insegnerà quei gesti, quegli atteggiamenti nuovi che ci aprono al dono di noi stessi, che ci portano all’umiltà e a confidare in lui.
Nel salmo abbiamo pregato: Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto.
Risplenda il volto di Dio su di noi perché il nostro cuore gode della sua pace.

SIGNORE INSEGNAMI A LASCIARMI AMARE... INSEGNAMI AD AMARE

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“Da questo tutti sapranno se siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.
Che cosa caratterizza una comunità cristiana, la chiesa? Gli stemmi, le insegne, i titoli? Le attività parrocchiali, le strutture, i documenti da fare…?
Gesù ci riporta all’essenziale della chiesa, lo ricordava anche il papa: la chiesa è una storia d’amore. Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato. Gesù non ci ha lasciato una dottrina, una morale, ma un gesto, un segno: la lavanda dei piedi, il boccone offerto a Giuda (un gesto per sottolineare la dignità di Giuda, l’amore di Gesù per lui), il dono in croce.
Dai gesti di servizio si riconosce la comunità, lo stile delle relazioni è lo stile di Gesù:”Come io vi ho amato”.
Noi confondiamo l’amore con un’emozione, con un gesto di elemosina, di solidarietà, con un dovere morale…
Amare va oltre a tutto ciò. Per amare devo guardare una persona con gli occhi di Dio, con il suo sguardo luminoso. Allora riesco a vedere la sua grandezza, dignità, bellezza e unicità. “Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo” Isaia 43.
E’ lo sguardo di Gesù verso i suoi discepoli, lo sguardo del Padre che non si ferma alla debolezza, alla meschinità dell’uomo, alle sue miserie e peccati, ma va oltre e ama, si dona. Quel “Come io vi ho amato” consiste nel gesto del servire. Gesù non si adegua, ma si mette in gioco, ci mette del suo fino alla fine.
Finché le cose vanno bene, è bello, si crede di amare, si gioisce della corrispondenza dell’altro. Nell’ultima cena ci troviamo di fronte a questa bellezza, insieme c’è anche il rifiuto, la non comprensione del gesto di Gesù, il tradimento, che riportato nella nostra quotidianità, ci farebbe dire basta, lascio, non vale la pena. Gesù offre un gesto: lava i piedi, da il boccone a Giuda per far capire che la salvezza consiste in un amore che non si tira indietro, non si scoraggia neanche di fronte a chi lo nega. Siamo scelti da Dio che ci ama come siamo e sapendo ciò che siamo.
Gesù non subisce la negatività, tanto più non si adegua ma si consegna, si offre. Si consegna nelle mani dei suoi avversari, Giuda consegna l’amico per denaro, Gesù consegna se stesso per amore. Nella croce c’è la consegna massima “si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo; amore questo nella sua forma più radicale” (Deus caritas est 12). Quando una persona ama, si consuma, perché la spinta ad amare che viene dal cuore è più forte della paura della fatica e del sacrificio della sofferenza.
Riportando l’esperienza di una coppia di sposi con riferimento all’amarsi: di fronte alle fragilità proprie o dell’altra persona sperimentate nella quotidianità, quando l’altro ti appare tutto tranne amare… ciò che aiuta è la certezza dell’amore di Gesù incondizionato, dove non viene meno. Una certezza che si alimenta nell’ascolto della parola di Dio, nel perdono ricevuto, nell’eucaristia donata.
Gesù ci rinnova in ogni eucaristia quel prendete… rinnova l’offerta di se al di là di come siamo, o in che situazione ci troviamo.
Ciò che caratterizza la comunità è non un amore qualsiasi ma amare come Gesù, amare perché abbiamo fatto esperienza di essere amati come Gesù, gustando il profumo della nostra libertà, dignità, della gratuità di fronte le nostre miserie. L’amore di Gesù non lega a sé ma rimette in piedi, fa ripartire dona fiducia di realizzarlo in ogni semplice gesto quotidiano.
Buono e pietoso è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Signore insegnami a lasciarmi amare. Signore insegnami ad amare.

ASCOLTARE LA SUA VOCE...

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Le mie pecore ascoltano la mia voce. Pecore e pastore vanno insieme. In questa settimana ho sentito più volte dire che non abbiamo tempo, non abbiamo tempo per fermarci, per ascoltare. Ascoltare chi ci vive affianco, ascoltare la nostra vita, ascoltare la voce di Dio.
Quando nella vita facciamo l’esperienza di perderci?
Quando passo passo smettiamo di ascoltare tagliando i ponti con l’esterno. Oppure rinchiusi ascoltiamo solo le nostre voci, i nostri pensieri.
Da soli ci si perde. Da solo un gregge si disperde, da sola una comunità si sfalda. Il rischio di una vita sempre di corsa dove tutto sembra importante e da fare, dove ci priviamo dell’ascolto necessario per capire la direzione da prendere e per riconoscere e gustare quanto c’è donato. C’è anche il rischio di chiudersi nei propri pensieri, immaginazioni, che rischiano di illuderci, bloccarci, farci vedere una cosa per un’altra.
Le mie pecore ascoltano la mia voce. Quale voce ascoltiamo? Ascoltare una voce diversa dalla nostra implica uscire da se stessi e aprirsi a una relazione. Significa uscire dalla pretesa che la strada si trova in autonomia. So io cosa è bene e male per la mia vita.
C’è la voce del pastore, ma ci fidiamo di questa voce e la sappiamo riconoscere in mezzo a mille altre voci e proposte?
Perché dovremo ascoltare questa voce? Perché la voce del pastore è di chi da la vita eterna per noi: “Io do loro la vita eterna”. E’ una vita piena, autentica che in profondità offre una serenità ma allo stesso tempo invita a compiere sempre passi nuovi per una vita piena che ha senso.
Ci fidiamo che la voce del pastore ci porta alla vita piena, anche se dobbiamo fare la fatica di camminare?
E poi dobbiamo imparare a distinguere questa voce da quelle che appaiono subito lusinghiere, promettenti. S’impara a distinguerla ascoltando la sua parola. E’ una voce che risiede nel profondo del cuore, che se ci fermiamo e andiamo in profondità ci spinge ad una rinnovata fiducia nella vita, ci spinge a rischiare in nome dell’amore, della verità di noi stessi. Una voce che ci apre a orizzonti nuovi che promuovono la vita.
Ascoltare la sua voce ci da la certezza che non andremo perduti. Neanche il peccato non è esperienza di perdita perché la sua misericordia lo trasforma in occasione di rinnovato amore, in opportunità di lasciarsi amare.
Niente mi potrà separare e strappare dalla sua mano.

AVETE DA MANGIARE… MI AMI TU? DOMANDE DISARMANTI CHE ATTENDONO UNA RISPOSTA

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I discepoli, con Pietro a capo, ritornano alla vita di tutti i giorni, vanno a pescare. Tornano alla vita di prima, anche se non sono più come prima.
Fanno ancora esperienza delle loro reti vuote. E’ l’esperienza di prendere il largo, di rischiare a partire dalle proprie vecchie convinzioni, dalle proprie paure…
Prendere il largo senza Gesù, senza una parola che li guida. Sono le situazioni dove vogliamo fare i conti solo sulle nostre forze, volontà, sul senso del dovere e non mossi da un cuore che si è lasciato amare. Ma a lungo andare facciamo l’esperienza della tristezza, del vuoto interiore, del senso di fallimento quando non vediamo i frutti dei nostri sforzi. Si sperimentala morte interiore, l’abbandono, una pesca vuota e svuotante.

Bello, perché Gesù c’è, e lì a riva che osserva i nostri sforzi, c’è anche se noi non lo sappiamo riconoscere e ci chiede da mangiare. Quasi una domanda che sembra voler sottolineare i nostri fallimenti, le reti vuote. Invece è una domanda che ci aiuta a riconoscere la nostra pochezza senza di lui e offrendoci una parola ci invita a gettare le reti, a rischiare guardando da un’altra parte. La parte destra della barca è continuare a rischiare a prendere il largo non guardando le nostre fragilità debolezze, ma fidandoci della sua parola. L’incontro con il risorto lo gustiamo nella parola che ci offre nel vangelo.
Fidarci della sua parola è imboccare strade nuove dentro i percorsi della nostra natura umana.
Lo riconosciamo nell’abbondanza della pesca. Giovanni, il discepolo amato per primo lo riconosce, chi si è lasciato amare di più lo riconosce in questo eccesso di amore. Saper riconoscere la bellezza della vita nuova, di percorsi nuovi, di gesti di attenzione che portano vita nel momento in cui ci fidiamo della parola di Gesù.
A terra trovano già le braci, già del pesce ma Gesù chiede anche il nostro. Riconoscere il risorto nei gesti umili di servizio, Lui s’inginocchia davanti al fuoco, prepara per noi e con noi.
Venite a mangiare… è il cibo della condivisione, quella condivisone di gioie, fatiche, paure, domande, una condivisione che nutre. Sapevano che era lui.
In questo clima di dialogo e di amicizia ecco una domanda a Pietro che non ti aspetti: mi ami più di costoro? Gesù, lui modello di amore che chiede se il discepolo lo ama. L’amore chiede che ci sia corrispondenza tra chi ama e chi è amato. L’amore di Dio che passa attraverso Gesù chiede una nostra risposta. E’ spiazzante che Dio chieda di essere amato, un gesto di umiltà inaudita. Non è facile ammettere che l’amore ha bisogno di corrispondenza, di una risposta. Se non c’è questa risposta rimane sterile in chi lo riceve. Pietro da una sua risposta che fa i conti con la sua povertà, non è in grado di offrire un amore gratuito totale, ma un amore di amicizia, di affetto: ti voglio bene. Provate a pensare quando una nostra azione, un gesto di attenzione non riceve risposta dall’altro, ci viene spontanea la delusione, il dire basta, ma chi me lo fa fare. Gesù insiste per tre volte nel chiedere. Non desiste e alla terza domanda si mette a livello di Pietro. Gesù adotta il verbo di Pietro, mi vuoi bene? Si abbassa, si avvicina, lo raggiunge la dov’è. Simone dammi affetto se l’amore è troppo; amicizia, se l’amore ti mette paura. Ancora una volta un gesto di amore gratuito del risorto: chiedere ciò che l’altro può dare, partire da dove l’atro si trova. Gesù parte da dove l’altro si trova, la misura di Pietro è più importante della sua. L’amore vero mette l’altro, il TU davanti all’io. Signore tu sai tutto, sai che ti voglio bene. Pietro mette in lui il suo modo di amare che lo porterà al dono totale.
Dio parte da dove siamo: iniezione di vita e fiducia per il nostro cammino per la missione che ci affida: pasci le mie pecore.

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