IL SELFIE DEL CRISTIANO

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Ritengo che il vangelo di oggi sia un selfie del cristiano, cioè un autoscatto che ritrae il volto del cristiano. Ne penso tre in questa settimana, il primo i giovanissimi di seconda e terza superiore che hanno deciso di lasciare il divano per una settimana e indossare le scarpe per percorrere strade nuove. A Francesco Pagliuso un noto avvocato di Lamezia Terme impegnato contro la malavita ucciso mercoledì scorso. A Papa Francesco che chiede scusa alle prostitute per i tanti cristiani cattolici che hanno abusato di loro nelle nostre città.

Tre selfie che ci danno il volto del cristiano che porta il fuoco nel mondo, che vivono il loro battesimo, che sanno andare contro corrente. Sono tre aspetto del vangelo di oggi, Gesù è venuto portare il fuoco, deve vivere il suo battesimo di immersione nella sofferenza, e con il suo modo di fare porta anche a divisione, a distinguersi dalla massa.

Cos’è questo fuoco? E’ il fuoco dell’amore, è il fuoco con il quale egli ha amato i suoi fino a dare la vita. Il fuoco accende, riscalda, purifica. Con il suo modo di fare Gesù ha creato scompiglio, in favore dei più deboli, ha portato il fuoco che sa riscaldare nei gesti, nella vicinanza, nella compassione che vince l’indifferenza.

Ma anche un fuoco che purifica, mette in luce le contraddizioni, porta a liberazione di chi era oppresso, emarginato, perché malato, povero. Perché nei suoi gesti e parole sceglie sempre l’umano contro il disumano. Purifica perché porta a fare verità, a rompere quella barriera di pace apparente o di una coscienza addormentata.

Un fuoco che accende desideri, che aiuta a rischiare e vincere le proprie paure.

Portare questo fuoco significa lasciare il segno, e questo può diventare scomodo. Vedi l’esperienza di Geremia che cercano di eliminarlo uccidendolo, o dell’avocato ucciso. Ecco la divisione di cui parla Gesù, quando vivo porto il fuoco dell’amore di Dio, questo ci distingue, ci porta ad accarezzare il mondo in contropelo, porta a pagare di persona per portare avanti il vangelo di vita, di giustizia, di pace. Porta a distinguersi e fare scelte a volte scomode. Porta ad essere oppositori di tutto ciò che fa male all’uomo, alla vita. Non è facile, ecco la bella invocazione del salmo: Signore vieni presto in mio aiuto, altrimenti cedo, mi scoraggio, mi lascio andare.

Alla luce di questo vangelo facciamoci un selfie e chiediamoci se siamo discepoli di un vangelo che brucia, che a volte riscalda, purifica, accende vita, oppure abbiamo una fede che rischia di essere solo un tranquillante, una fede sonnifero? A volte fa bene anche scottare le coscienze, essere voce di chi non ha voce, di chi lotta contro le ingiustizie, di chi non si è arreso, passivo e senza fuoco.

SIATE PRONTI…

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Ci ha colpito tutto dal ritorno dalla GMG la notizia della morte della giovane a causa della meningite… non è giusto, perché? Paura, incertezza… reazioni simili di fronte ad altre situazioni… Fatti che ci provocano, destabilizzano e ci portano a chiederci dov’è l’essenziale…

In tutto ciò risuonano forti le parole di Gesù, “Siate pronti”… Pronti a che cosa? Ad essere apposto, puliti con la coscienza, nel aver sistemato tutto e tutti…? Pronti all’incontro per non farci sfuggire la vita, ciò che veramente conta… La nostra vita traguardata all’incontro con il volto di Dio che si metterà a nostro servizio, non un Dio padrone Chissà cosa pensiamo di Dio, cosa ci attendiamo, mi sono sentito dire più volte in questi giorni perché Dio mi ci mette alla prova… Che incontro sarà allora con Dio?

Gesù ci chiede di essere pronti per non perdere ciò che conta nella vita. E’ l’incontro con un Dio che ha fiducia di noi, al punto di affidarci, come a servi capaci, la casa grande che è il mondo, con tutte le sue meraviglie. Questo è l’incontro che ci attende che nasce dall’aver sperimentato già qui su questa terra questo volto di Dio attraverso le persone, le cose. Un Dio che ci dice che il mondo è per noi, dono da coltivare, godere la bellezza ì, custodire… Quello che possiamo chiederci è se viviamo così la nostra vita traguardata ad incontrare questo volto di Dio?

Di fronte a questo ci sono due modi di prepararsi all’incontro: essere pronti vigilanti, aprire la porta, accogliere. Come posso vigilare, essere sveglio e capire qual è il mio tesoro? A cosa diamo veramente importanza nella vita? All’esteriorità, al lavoro, alle cose sacrificando le relazioni, le persone. Pensiamo di colmare vuoti di presenza, affetti comprando cose, beni… Il servo fedele e buon è colui che fa della propria vita un dono, puntando sulla cura delle persone, dell’ambiente dove vive, delle relazioni perché in esse ha sperimentato la bellezza del volto di Dio. Per chi vive così, nel tempo l’incontro sarà una sorpresa una festa, non avrà paura di lasciare i beni, le cose perché ha saputo dare un giusto valore a tutto ciò.

C’è chi invece approfittando del ritardo del padrone trova il suo tesoro nel gusto del potere sugli altri, nel buttarsi sulle cose da consumare… Per questi l’incontro sarà una triste constatazione di aver sprecato beni, opportunità, avere tra le mani niente…

Siate pronti… cioè SVEGLIAMOCI dal torpore di voler avere sempre di più, dell’apparire, del lamentarci… e andare a ciò che conta a ciò che riempie la vita, che sa di prendersi a cuore e cura delle situazioni di bisogno, servi gli uni degli altri a modello di Gesù questo da pienezza ed eternità.

INSEGNACI A PREGARE…

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E’ bella questa domanda dei discepoli che nasce dal vedere come Gesù pregava. Ci è mai capitato che qualcuno ci chieda di insegnarli a pregare perché ci ha visto come preghiamo? Forse ci capita di insegnare a dire le preghiere, ma non di pregare.

Il pregare dice una riattivare la connessione con Dio, il legame, la relazione con Lui che ci è Padre. Allora il primo invito non è tanto dire le preghiere, ma pregare, attraverso di essere recuperare la relazione con Dio Padre. Si può perdere questa relazione, affievolirsi, per tanti motivi, perché si è arrabbiati con Dio, perché si è messi alla prova dalla vita, perché si è presi da altre cose… Dobbiamo recuperare il pregare…

Nella preghiera come fare e cosa chiedere?

Gesù, anche nell’esperienza di Abramo, vediamo quanto sia importante chiedere. Abramo fa una preghiera di intercessione, cioè fa da ponte tra il popolo e Dio. Quanto importante fare da ponti tra Dio e tante situazioni di vita che incontriamo, che conosciamo, persone… Chiedere con insistenza, osare nella preghiera, in qualsiasi momento. Si c’è la preghiera del mattino, della sera… quanto bello è rivolgersi a Dio, chiedere il suo aiuto in ogni istante della giornata, quando ne sento il bisogno, con la liberta e la confidenza di un figlio. Chiedere significa riconoscere che manchiamo, che abbiamo bisogno, che non bastiamo a noi stessi… Chiedere, offrire, ringraziare, ascoltare la parola sono diverse modalità di vivere la preghiera.

Che cosa chiedere? Non è facile la risposta, quante volte abbiamo chiesto e non si è realizzata la nostra richiesta… Gesù ci lascia l’essenziale nella preghiera del Padre nostro. Rivolgersi a Dio con il nome di Padre, è la liberta e confidenza dei figli, che riconoscono nel Padre la tenerezza e autorevolezza.

Sia santificato il tuo nome: santificare il nome di Dio significa glorificarlo, dargli il giusto peso. Il nome di Dio è AMORE, quel volto dell’amore che Gesù ci ha mostrato. Il nome di Dio è santificato quando conosciamo il suo amore per noi, accettiamo di essere creature e non abbiamo paura di lasciarci amare, e di amare gli altri.

Venga il tuo regno: chiedere si realizzi qui sulla terra tra gli uomini il modo di vivere che Gesù ci ha testimoniato.

Dacci il nostro pane quotidiano: dacci tutto ciò che ci serve per vivere, non solo il cibo, ma persone, relazioni, aiuti… Che sia nostro, non mio, con l’attenzione a tutti.

Perdona i nostri peccati: togli tutto ciò che ci paralizza, ci impedisce di lasciarci amare e amare. Togli tutto ciò che ha fatto male agli altri e ciò che degli altri ha fatto male a me. Chiedere il perdono è riaprire strade pur dentro la fatica di una ferita subita o procurata. Donaci la forza di perdonare agli altri.

E non abbandonarci nella tentazione: se ci vedi che stiamo perdendo la strada, se ci sentiamo attratti da ciò che ci fa male, se ci vedi camminare dentro la sfiducia, la paura, la tristezza, dacci la tua mano e accompagnaci fuori. Metti sul nostro cammino, persone che ci fanno sperimentare che non siamo abbandonati.

Non abbiamo paura di chiedere, riscopriamo quella confidenza da figli, il Padre non mancherà di donarci il Suo Spirito, che ci farà capire come lui ci risponde, ci fa intuire la strada, ci fa vivere come bambini sereni in braccio alla madre.

IL BOCCONE MIGLIORE...

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"Maria si è scelta la parte migliore". La traduzione corretta sarebbe: Maria si è scelta il boccone migliore Quante volte nella vita, in quello che facciamo o viviamo cerchiamo la parte migliore? Per i figli, per la famiglia, per se stessi… Cerchiamo quello che ci assicura un vantaggio, una sicurezza una felicità più grande, che da pienezza.

Qual è questo boccone migliore? E’ poter vivere un incontro che genera vita, che genera un cambiamento, una guarigione. E’ saper accogliere e gustare la presenza dell’altro che è lì per te e che ti offre una parola di ristoro.

Come fare per imparare scegliere il boccone migliore? Guardiamo alle due donne che accolgono Gesù nella loro casa.

Marta ospita Gesù a casa sua. La preziosità dell’ospitalità lungo il cammino. Ospitalità è fare spazio all’altro nella propria vita e nei propri spazi di vita. Questo comporta tutta una serie di cose da fare per vivere l’ospitalità Ma si può correre anche il rischio di lasciarsi distogliere dai molti servizi, dalle tante cose da fare. Può essere anche il nostro rischio di essere presi dal fare per dimostrare che contiamo. Per dimostrare che siamo persone efficienti, che sappiamo fare. Oppure dimostrare di essere una parrocchia efficiente, con una bella immagine.

Perché ti affanni e agiti per molte cose… quasi che il nostro essere sia dato da quello che facciamo, magari fare anche un servizio, un gesto buono, ma dentro siamo distolti. Di corsa, affannati, agitati perché bisogna arrivare da per tutto e PERDIAMO DI VISTA L’ALTRO, magari che è lì per noi. Gesù non contesta il cuore generoso di Marta, ma la sua agitazione che la distoglie.

Maria è seduta ai piedi del maestro e ascolta la sua parola… Maria e Gesù presi l’uno dall’altro, nel donare e accogliere, è una circolarità che porta vita. E’ un guastare reciproco la presenza dell’altro. E’ quello che succede alle Querce di Mamre ad Abramo, che senza saperlo accoglie Dio e da questo incontro Sara sarà guarita dalla sua sterilità. L’atteggiamento di Maria, di Abramo dice che prima ci sono le persone poi le cose. Noi non siamo quello che facciamo, produciamo, ma siamo molto di più. Un di più fatto di condivisione di vita, emozioni, pensieri, sogni…

Maria ci invita a fermarci, a imparare a guardare l’altro in faccia, cioè alla sua situazione. Il boccone migliore è dato da una ospitalità concreta che non si disperde nel fare, ma sa incontrare l’altro nell’ascolto.

Il boccone migliore che Maria ha scelto non le sarà tolto. Resta quello che si sperimenta quando ci si sente accolti, ascoltati in profondità, amati; è esperienza di Dio che abita la nostra vita attraverso l’altro.

CHE COSA DEVO FARE PER UNA VITA FELICE?

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Il dottore della legge si presenta a Gesù con la domanda del secolo: cosa devo fare per avere una vita piena, felice, realizzata? Gesù lo rimanda alla legge, al comandamento dell’amore a Dio e al prossimo… Ma nel tentativo di giustificarsi del maestro della legge Gesù attraverso la parabola del buon samaritano invita il dottore della legge a fare un cambio di prospettiva, non tanto chiedersi chi è il suo prossimo, chi deve entrare nell’orizzonte della sua vita e chi no (quasi fare una selezione), ma piuttosto al farsi prossimo. Prossimo sei chiamato a farti tu quando ami.

La questione allora è come possiamo farci prossimi per avere una vita piena. Il samaritano con alcuni verbi che tratteggiano il suo agire ci indica la strada per farci prossimi agli altri.

AVERE COMPASSIONE: è la capacità viscerale di provare dolore per il dolore dell’altro. Un cuore che vibra, e non è indifferente. Nel provare compassione scaturiscono poi tutti quei atteggiamenti che generano la misericordia. La misericordia indica proprio il curvarsi il prendersi cura per guarire le ferite dell’altro. E’ un’azione divina che passa attraverso gesti umani e che restituisce vita a chi non ce l’ha. Vediamo questi gesti:

VEDERE: è un vedere diverso da quello del sacerdote e del levita. E’ un vedere con il cuore e con una domanda dentro, che cosa gli succede se non mi fermo? Un vedere che mette al centro l’altro e non le proprie preoccupazioni.

FERMARSI, si fece vicino. Il samaritano interrompe i propri programmi. Siamo di corsa e forse incapaci di fermarci di fronte alle necessità dell’altro, prime ci sono le mie cose da fare, o idee da portare avanti. Fermarsi significa anche perdere tempo, rimetterci… ma è per il bene dell’altro.

TOCCARE: fascia le ferite, versa olio e vino, lo carica… E’ il toccare che significa sporcarsi le mani, metterci del proprio in capacità, mezzi, strumenti. Il toccare coinvolge il corpo, comporta un mettersi in gioco con tutto di noi. Non è spontaneo toccare, si fa più veloce fare con la bocca, o far fare agli altri, ma quando è ora di agire di metterci del proprio, di rimetterci, è più facile tirarsi indietro, può prendere il sopravvento la paura di contagiarsi. Amare non è un fatto emotivo ma è una questione di mani che si mettono all’opera per la vita dell’altro.

Ecco come passare dal chiedersi chi è il mio prossimo al farsi prossimo e portare così la misericordia di Dio nelle valli di lacrime che incontriamo e sperimentare la vita eterna.

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